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Zia Rosa, nonna Anna e la vasinicola di Paola Verdicchio

Aggiornamento: 20 dic 2023


Zia Rosa, nonna Anna e la vasinicola


di Paola Verdicchio


e ti resta solo quello che non vuoi e non ti aspetti niente perché lo sai che passa 'o tiempo ma tu non cresci mai....

(Pino Daniele, Alleria)



Gli spiriti della casa zia Rosa, la più trasgressiva delle zitelle Mennella, li teneva tutti in fila sul vecchio secretaire dentrattutto.

Il mobile l’aveva lasciato Filomena, la sorella maggiore.

Negli anni trenta era partita per l’America con suo marito Aniello e non era più tornata.

Confinata lì in alto, la morte non entrava in cucina, il regno di Rosalia, questo era il suo nome completo.

Le melanzane al cioccolato, i capitoni natalizi, le zeppole di san Giuseppe, il ragù domenicale, sempre un po’ annacquato, perché all’ultimo momento si aggiungeva puntualmente qualcuno alla tavola chilometrica: pensava lei a santificare le feste. E questo perché a nonna Anna non era mai piaciuto sprecare la sua pazienza a cucinare né a pronunciare il nome di sua sorella maggiore senza sincopi, apocopi, aferesi di sorta. Quando toccava a lei, il pranzo era mozzarella e prosciutto crudo. O pasta al sugo, se proprio aveva tempo da perdere.

-“Puozzittàobblen. A vasinicola! ‘E pummarole!” -la vecchia sarta si agitò tutta, squarciando il ventre silenzioso di un mattino qualunque a Resina.

Puozzittàobblen. Nella mente di Genoveffa risuonò quella catena di suoni privi di senso compiuto. Zia Rosa, come sapevano tutti in casa, aveva la capa fresca. E la capa fresca quella mattina diede il meglio di sé, sbattendo sulle mattonelle della cucina un’installazione kitsch che avrebbe fatto impallidire Jeff Koons. Con l’umile ausilio del sugo, di una cucchiarella e di un’innata, aulica sbadataggine.

Alla venerabile età di settanta e passa anni pensava ancora ai suoi corteggiatori. Innumerevoli, secondo la sua versione. E così si distraeva in continuazione chiacchierando con chiunque della sua leggendaria bellezza e di stuoli di ragazzi che facevano la fila davanti alla porta del vicolo Moscardino e di suo padre che li doveva allontanare con cortesia per evitare l’intasamento del basso.

Tutta questa inutilità avveniva più o meno centocinquanta anni fa, secondo nonna Anna.

Ogni tanto Rosalia apriva con aria misteriosa la vecchia cassapanca dentrattutto e tirava fuori un dagherrotipo ingiallito che la ritraeva sedicenne con l’immancabile fiore tra i capelli e i tacchi alti. Li amava i tacchi alti e si ostinò a calzarli fino alla sua morte, perché le scarpe Valleverde le sembravano troppo da vecchia.

A volte i suoi racconti vaganti, senza guinzaglio, beccavano proprio Ninina, impelagata nei panni da stirare o nei setacci dell’origano. Rosa parlava e parlava anche mentre la nonna correva in bilico sugli zoccoli di legno perché qualche criatura si era fatta la cacca addosso.

Altre volte le sue storie finivano tra gli uncinetti e i ditali, in mezzo alle spagnolette variopinte di qualche altra delle sue sorelle, che le favole e i sogni non sapevano cosa fossero.

Rosa, invece, nella stoffa che cuciva ci infilava i suoi anni migliori insieme all’ago e al cotone.

E allora giù lavate di testa per riportare alla realtà dei suoi anni questa vecchia pazza, capace di corrompere il postino che portava le schede elettorali, perché non le consegnasse a nessuno, se non a lei: lì c’era scritta la sua data di nascita.

Aveva l’abitudine di rubare i romanzetti Harmony che sua nipote Annetta lasciava in giro incustoditi. Quando nonna Anna la vedeva perdere tempo a leggere, la guardava con condiscendenza, come una madre rassegnata. Se le andava bene.

Ma se, malauguratamente, Rosa bruciava il sugo o rovesciava la candeggina, allora la mite Ninina diventava impietosa e gliele contava sulle dita artritiche le sue primavere con un linguaggio fiorito. Invasata e incomprensibile peggio della Sibilla cumana.

Alla morte di Rusella furono trovati, nella sua sgangherata cassapanca, tutti i romanzi che la piccola Annetta non ricordava di aver perso. E nella vecchia Singer scartocciata dagli anni e dall’usura fiorirono i secolari tozzi di pane raffermo rubati durante i pasti e nascosti nelle tasche del grembiule. Lei non li mangiava a tavola, perché era sempre un po’ a dieta, fiera del suo fisico slanciato.

Si invaghiva del suo corpo fasciato da svolazzanti vestiti a fiori che si cuciva da sola, copiandoli da bibliche riviste di moda. E stava ore davanti allo specchio dell’armadio dentrattutto. Abiti haute couture ed eleganti décolleté con tacchi a spillo per andarsene a messa la domenica a far morire di invidia le sue coetanee, che si erano arrese alla menopausa, all’età, ai figli. Alla vita.

Camminava come una regina. Sempre e ovunque. Pure tra le pozzanghere del mercato di Ercolano, che puzzavano di pesce marcio e ortaggi putridi.

Genoveffa era la modella dei suoi abiti improbabili. Rosella si era data la missione di insegnarle a camminare sui tacchi alti. Perché un po’ di stoffa la criatura ce l’aveva.

Se la vedeva con i jeans e le scarpe da tennis, la fulminava, spazientita.

“E mettiti un fiore tra i capelli almeno. Come si fa ad andare in giro così, senza un minimo di eleganza, senza femminilità. E che è ‘sta sciatteria…?”

Allora questa cosa la faceva sorridere, ma, superati i trenta, Genoveffa si sorprendeva spesso ad appuntarsi fiori di lana cotta sui cappotti o tra i lunghi capelli sempre sciolti.

Quella mattina zia Rosa chiedeva vendetta contro i pomodori pelati, che erano esplosi, schizzandole l’elegante grembiule bruciacchiato e le dita preziose. Guardava il lago rosso e giallo che si era formato sotto il lavello. Una foglia di basilico ammosciato galleggiava sull’olio di oliva extravergine, accanto a un paio di fili di cotone nero e a una pantofola con tacco otto e piume rosa pallido. Si agitò.

Stava per tornare Ninina, che, prima di andare al mercato, l’aveva convocata in disparte per comunicarle l’ordine del giorno

“M’ arraccumann Rosa, nun fà uaie. Faie o’ sug e statt accorta ‘a criatura. Ah, e nun la fa na capa e chiacchiere”.

La creatura in questione era Genoveffa. Ma zia Rosa amava chiamarla Geneviève.

“Il tuo nome solo uno come Filippo Falcone poteva sceglierlo. Mi meraviglio di tua madre, l’abbiamo pure fatta laureare e un po’ di gusto ce l’ha. Ma t’ha inguaiata. Per stare a sentire tuo nonno... Che ne capisce lui di eleganza?”

“Saje comm è fatt chill…nun s’support…”si lasciò sfuggire- Ma poi non è neanche colpa sua, è campagnolo”tentò di rimediare.

Quella mattina toccavano a Genoveffa i miti e le leggende di Rosalia.

Quando nonna Anna rientrò e vide il mar Rosso sul pavimento, tirò giù dal secretaire le anime di tutti i morti e le scagliò in blocco contro zia Rosa.

“Niniiì, a criaaatura! Nun putimm parlà accussì davànt’a ess. Parl bbuon se nò Rosaria s’incazz, ‘o saje. Dice che l’imparamm o’ napulitan” tentò di difendersi lei.

Maria Rosaria, la professoressa, era la figlia di Ninina, la prima laureata della famiglia.

Nonna quella laurea l’aveva pagata a suon di preghiere e ceri votivi. Allora ritornò subito in sé, rimise tutti i santi al loro posto.

Se ne andò dentrattutto, maledicendo a voce bassa la capa fresca di sua sorella maggiore, perché le orecchie per bene della criatura non fossero violate.

“Tien ‘ capa fresc tu, Ruse’. Tu camp cient’ann. C’attierr a tutt quant. Beata a tte. ‘A vuless tenè pur ie a capa toja, campasse ‘na bellezza”.


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1 Comment


Titty Romano
Titty Romano
Dec 13, 2023

Leggere questi racconti mi riporta indietro nel tempo,a Natali che non esistono più a persone di famiglia che sono lassù. Raccontata e scritta in modo VERACE profumando di tradizioni e quasi tuffata in quel epoca che mi manca e mi avvolge di una tenera malinconia. Brave e belle scritture.

Titty


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