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  • Immagine del redattorecamenae33

Van Damme con le orecchie di Topolino di Paola Verdicchio

Aggiornamento: 12 gen

A mio padre e alla mia unica ninna nanna

"Papà, non mi riesce di dormire e sai perché

ho voglia di parlare un po' con te!" "Lo sai, si è fatto tardi e se mamma viene qua ti vede sveglio e poi ti sgriderà" "Ti prego, dai, raccontami le storie che tu sai di quelle che non ho sentito mai" "Di favole, ti giuro, che davvero non ne so, ma una sul pallone, se ci riesco, te la inventerò". Albertosi era amico di Zoff, Antognoni Rivera incontrò e tutti insieme poi si misero a giocare

con una palla di giornale


(La favola dei calciatori)



-

Genoveffa scavò nei cassetti di mobili nuovi di zecca con la fame bulimica di un profumo materno, ma non sentì l’odore della famiglia, il vecchiume fetido della sua casa.

Si sentì spaesata...

La camera da letto dei suoi ora aveva un nuovo armadio, un nuovo comò. Di infima fattura, ma nuovi. Il vintage medio - borghese anni settanta aveva ceduto il posto ai componibili svedesi…

E tutti i vestiti di sua madre, all’essenza di naftalina e di Tresor, tutte le cravatte a losanghe gialle e marroni di suo padre puzzavano di truciolato e di polistirolo.

E i nuovi cassetti fragranti di plastica la nauseavano…

Si stese sul lato destro del letto matrimoniale, anch’esso nuovo, sul materasso nuovo. Abbracciò forte lo spazio di un giaciglio composto e liscio che non recava più impresso lo spazio vuoto del corpo di sua madre. E si augurò che lei fosse felice…

Pensò a quando, circa dodici anni prima, era rimasta sola con Erminio. Di lui non conosceva neanche il tono di voce, perché le ultime parole che suo padre le aveva rivolto erano vecchie di trent’anni e più.

Da piccola vedeva questo omino di un metro sessantaquattro e mezzo camminare per pochi minuti nella cucina di casa Mennella, dove lei faceva i compiti, e poi sprofondare nel divano del salotto. E così ogni giorno. Sapeva che a lui non piaceva parlare molto. Così, almeno, le diceva sua madre. E, comunque, Maria Rosaria non gli lasciava mai pronunciare una frase intera senza interromperlo.

A Genoveffa sembrava di avergli rivolto, qualche volta, delle domande, ma non ricordava di aver ricevuto risposte. L’unica immagine a cui la sua memoria se ne stava avvinghiata, l’unica che aveva marchiato indelebilmente i suoi neuroni, era quella di suo padre che le leggeva i Topolino sulla vecchia poltrona color carne di nonna Anna.

Così lei imparò leggere. Con la curiosità di vivere avventure divertenti, guidata dalla fantasia infantile di Erminio Verbiggi, di professione capoufficio in un’azienda metalmeccanica.

Fuori da quelle storie fantastiche, lontano da Topolinia e Paperopoli, però, suo padre non lo incontrava mai. Erminio si nascondeva dietro il paravento della ostentata sicurezza di sua moglie e dietro la scusa che provvedimenti non sapeva prenderne o non gliene lasciavano prendere a casa Mennella, dove solo le donne avevano potere decisionale, dove lui non aveva diritto di parola, pensiero, azione.

Ecco, gli piaceva tanto stare lì, dietro i suoi paraventi, sbuffando fumo di MS contro le tende del salotto buono di nonna Anna. Che pensassero pure quello che volevano, che lo credessero chi piaceva. Lui si citava Pirandello, così è se vi pare. E si sentiva superiore a tutti. Era la sua strategia per essere lasciato in pace.

“Povero Erminio… lasciatelo stare, è stanco. È buono... non si sa esprimere… non gli piace parlare… non si sa imporre… non è capace di sgridare i figli… si sente male se piangono… che poi gli viene la gastrite …” diceva nonna Anna a Maria Rosaria quando sua figlia maggiore vomitava sentieri di lava incandescente sui passi tiepidi di Erminio, seguendolo dalla porta di ingresso fino alla poltrona di carne pallida, su cui si era ormai stampata la sua sagoma sottile…

Erminio era un poeta. Così si sentiva. E tale si diceva fosse stato. Come suo padre, nonno Alfonso, di professione autista obbediente alle dipendenze di un ricco signore porticese.

Nonno Fofò, da semianalfabeta, aveva scritto, durante la prigionia in Egitto, l’ode, diventata leggendaria nella famiglia, Sole d’Egitto.

Alfonso Verbiggi non era mai stato un eroe. Come non lo era Erminio, al di fuori della sua fantasia, almeno. Erano uomini pacifici, poco inclini ad atti di valore. Ma a entrambi piaceva ricordare gesta passate, molto probabilmente mai compiute, che compensavano la loro fama di imbelli.

Da vecchio, Erminio sviluppò una strana loquacità, una logorrea indotta dal vino, fedele e silenzioso compagno della sua verità.

Alle dieci usciva a fare la spesa con la sua ritmo bianca, lanciata a colpi di prima, o, al massimo, seconda marcia, da Via Doglie fino a Corso Resina. Di altre marce non ignorava l’esistenza, ma, semplicemente, non se serviva. Durante il suo tragitto a piedi fino al mercato, a circa tre, quattro chilometri di distanza dal luogo ove parcheggiava l’auto, seminava in giro pezzi di editoriale mandati a memoria, beccando Peppe il salumiere, Nanninella la fruttivendola, a volte pure Svetlana detta Silvana, la badante ucraina della signora Pitteri, che abitava al primo piano di un grigio palazzone di via Doglie 17.. Svetlana era solita arrotondare il suo mensile, vendendo richiestissime prestazioni al contadino, don Ciruccio, che le regalava pomodori e piante di basilico, o ai pensionati di Via Doglie e dintorni. Erminio non si era mai accorto di qualsivoglia proposta, impegnato com’era predicarle la parola di Paolo Mieli, vero deus ex machina della politica italiana. E contrabbandava per opinioni personali quel raffazzonato cut up dei principali quotidiani. Parlava e parlava. Gli piaceva anche raccontare di sé, della propria infanzia e fanciullezza, di quanto fosse bello da giovane. A chi avesse dinanzi a raccogliere i suoi ricordi vaganti e a parare la citazione di qualche ode di sua creazione Erminio non faceva troppo caso. Sicuramente, quando si voltava per andare, il viso gli era già passato di mente.

Del mito della bellezza degli uomini Verbiggi Genoveffa era stata costretta a venire a conoscenza fin da sempre. Voce populi et testimonio imaginis suo nonno Alfonso somigliava a Gary Cupèr, suo zio Gino a Toni Cartìs, suo zio Tore a un più rassicurante attore italiano, tale Antonio Cifariello, non meglio noto alle generazioni successive dei Verbiggi.

Peccato che lei, invece, assomigliasse a sua madre. Sforzandosi un po’ Erminio, al massimo,le riconosceva qualche tratto di nonna Alfonsina.

La solita fortuna… sempre a un passo dalla luna…

Erminio viveva nel mito inesistente di se stesso: poeta, genio incompreso, seduttore inconsapevole, ufficiale dell’esercito (questo era provato), tiratore scelto (questo era ancora da appurare).

E Genoveffa provava ad esistere per suo padre più o meno da sempre. Da una vita, all’incirca. Ma doti particolari per farsi notare non ne aveva. Forse, però, lui non si sarebbe accorto neanche di queste o le avrebbe usate a sua gloria. E pace.

Lei soffriva di emicranie, che suo padre con orgoglio dichiarava di non avere mai conosciuto in vita sua. Anzi, se glielo avesse detto prima,, gliele avrebbe sicuramente guarite con l’imposizione della mani. Lui era un taumaturgo, non lo sapeva?

Naturalmente… forse aveva dimenticato di dirglielo. Ma lei poteva pure informarsi...

La solita fortuna… sempre a un passo dalla stessa luna…

“Povero papà…” si diceva Genoveffa, compatendo più se stessa che lui, in fondo.

Genny non c’era proprio nei ricordi che commuovevano Erminio, ogni volta, fino alle lacrime, non c’era quasi mai sua madre, non c’era Ivan, suo fratello.

Lui amava ricordarsi giovane, bello, libero. Figlio, fratello, amico. Padre, mai.

A settant’anni suonati, quasi settantuno, andava in giro con le sue foto da ventenne ordinatamente archiviate nel portafoglio.

Genoveffa si rese ben presto conto di non far parte di ciò che era capace di procurare felicità o malessere a Erminio. Avrebbe potuto rotolarsi al suolo in preda a crampi lancinanti, suo padre non se ne sarebbe accorto se stava raccontando della sua esperienza di cecchino.

O forse si sarebbe girato un attimo a guardarla per poi continuare imperterrito: “Eeeehhh, sapessi… anch’io, quand’ero giovane soffrivo di colite, sono stato pure in ospedale e il medico mi diceva di non mangiare cose che puzzano, così mia madre… … eeeh…”, poi veniva giù il diluvio universale al ricordo di nonna Alfonsina, mentre Genoveffa rantolava, dimenticata, sul pavimento.

Niente, non c’era neanche un po’ di spazio per lei nella vita di suo padre. Forse un giorno lui si sarebbe accorto di sua figlia, l’avrebbe riconosciuta come parte di sé, guarito dalle sue immagini oleografiche, dai suoi falsi miti, dalla sua malattia da ipercompensazione.

Forse, lontano dal suo alcolico vecchio amico, l’avrebbe vista.

I sogni di gloria di Genoveffa.

Come compagna fedele la sua sigaretta, quella sera, una qualsiasi, Erminio se ne stava affacciato a guardare il Vesuvio buio, affondato dentro un cielo buio, intento a contemplare se stesso ventenne, trentenne, che differenza faceva? Con il suo vino da un euro al litro e con lei, la sigaretta, fuggiva ogni notte in un qualunque passato.

L’importante è che fosse lontano mille mondi dal suo insulso presente, in cui non era un soldato vittorioso, un Chuck Norris eroico, un tenente Colombo geniale, un coraggioso e muscoloso Van Damme, in cui non era Neruda né Pirandello né Brecht, ma solo un padre, un impiegato qualunque in una famiglia qualunque...

Forse non sarebbe successo mai. Non avrebbe sopportato di svegliarsi ed essere solo se stesso…

Allora Genoveffa guardò gli occhietti rossi e gialli e le mani ruvide di Erminio e sperò che il giorno del risveglio arrivasse il più tardi possibile.

In fondo, voleva che quell’essere surreale (da ridere se non fosse stato suo padre) fosse felice, immaginando di essere chi avrebbe voluto essere e non chi si era trovato a essere, incatenato a persone che lo avevano voluto e che lui, per educazione e quieto vivere, non aveva rifiutato.


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