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  • Immagine del redattorecamenae33

Un bimbo a forma di coccinella di Paola Verdicchio




 A mio figlio,ἀστέρων πάντων ὀ κάλλιστος ( “tra gli astri il più bello”)

A nonna Anna, ἄκρον ἐπ’ ἀκροτάτῳ [“ (frutto) alto sul ramo più alto”]

Al bambolotto a forma di coccinella, che non piange e non ride,

che, a occhi chiusi, mi guarda essere insufficiente

nella mia pancia vuota.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

 

Sono stata madre e sono stata figlia.

Nello stesso momento.

 E dal  principio.

Fino alla fine. 

 

Che cosa possono farmi? Pignorare il mio pezzo di casa di nonna a villa Cua? Che se lo prendessero pure quell’ammasso di muri scalcinati che mi tocca, una  minuscola frammento di  centomila  piccole porzioni . Tanto… i soldi per pagare i lavori di manutenzioni del palazzo chi ce li ha?. Mica posso  fabbricarmeli?

Genny saltellava veloce da un basolo all’altro di Corso Resina, evitando gli interstizi tra le pietre, come a cinque anni, scongiurando il  colpo  di scure dell’ingiunzione di pagamento per i lavori di ristrutturazione  di Villa Cua , che più o meno dal 1912 vomitava calcinacci su corso Resina 213. Sembrava un palazzo qualunque affacciato sul vico Moscardino a sinistra e  su via Pignalver a destra venendo  da Torre del Greco.  Di fronte  gli si apriva vico Acampora col suo trionfo di cipolla fritta  e capelli stinti. Genny, venendo dal mercato di Resina, spinse lo sguardo  verso  Torre. Fuori alla bottega  c’era  il chianchiere  Mimmetto col suo grembiule  sempre sporco di sangue e il suo riporto  attorcigliato alla nuca, unto di chissà quali spiriti animali sgozzati e ridotti a fettine. Geppina la salumiera  si incollava i capelli permanentati alle tempie, fissandoli  con  becchi di cicogna e poi dava una mescolata ai panini all’olio nella cassapanca  di vetro e legno sulla soglia del suo negozio, esposta allo sguardo esperto della gente di for ‘o pont  e ai raggi di un sole viola pallido. Le signore dei palazzi la chiamavano dai balconi affacciati su corso Resina e urlavano, agitando le mani per mimare  quello che volevano comprare. Geppina si teneva con una mano  i peli bruciacchiati dalla permanente ,che non stavano mai a posto e spesso finivano nelle mozzarelle, e con l’altra mano faceva cenno di aver capito tutto e di abbassare il paniere.

Nel paniere di nonna Anna  Geppina metteva sempre qualche dono non richiesto, un pezzo di provolone Auricchio che nonna non aveva mai mimato, un mezzo chilo in più di prosciutto crudo buono . Geppina si permetteva il lusso  di infilare nel cesto appeso  spaghetti invece di linguine, perché tanto faceva lo stesso. A volte  dal canestro di vimini fuoriuscivano farfalline lievissime che si libravano in volo dai pacchi di ziti a cui Geppina aveva tolto il tagliando  con il punto valido per le tazzine da caffè, perché tanto Ninina  che se ne faceva…

Nonna Anna, per tutti ‘for ‘o pont  solo Ninina, ammainava il paniere tante volte finché la salumiera non le dava la pasta senza le indesiderate tignole.

Ninina urlava dal balcone  verso la strada, tutta rossa in volto e con i capelli permanentati da Gennaro il parrucchiere  il giorno prima, ormai ammainati sulla sua rabbia.

-Geppi’ non me ne frega che so’ buoni lo stesso gli ziti e che si disinfettano nell’acqua bollente, io  la pasta scaduta non la voglio.

-Ninì- faceva quell’altra, agitandosi tutta nel suo camice bianco- ma non sono scaduti, secondo te li devo buttare gli ziti per quattro farfalline ? Sono buoni lo stesso! Fossero tutti cacacazzi come te, starei fresca, e come lo pago la corrente, non vedi che la luce nel negozio  sta sempre spenta? Sto aperta per voi.

-Sì, per noi. E’ per questo che  le farfalle nella pasta non le vedi proprio  e i formaggini puzzano pure se sono scaduti solo da due giorni-pontificava nonna.

- Va buo’, Ninì, c’avete troppi vizi tu e le figlie tue, questa è la verità. Mò per due farfalline, c’ho messo lo scotch sul pacco, quando ho tolto il punto, come hanno fatto a entrare, secondo te? Si vede che c’erano già da prima. Non è colpa mia se mi mandano la pasta così”. E poi metteva nel paniere il pacco di pasta integro, senza farfalline. Ogni volta, ma mai senza prima il gioco delle parti  che le due conoscevano a memoria.

-E allora magnatill tu, non vengo più da te, non sai campare, sempre la stessa storia, non ti impari mai”- urlava Ninina, sicura che Geppina l’avrebbe sentita, anche se era già rientrata nel negozio  sbraitando.

Ma alla fine nonna non cambiava mai salumeria. Le piaceva litigare con Geppina dal balcone e scendere incazzata nera per riportarle il Fiorello scaduto o il pane senza cozzetto, che Geppina prendeva a mani nude dallo scrigno opaco di polvere e farina.

Questionavano sul lievito Paneangeli a cui mancava il talloncino con la scadenza e sul pacco di merendine da cui era stato ritagliato il punto della raccolta per il servizio di piatti di porcellana. Questionarono  per tutta la vita ai piedi di villa Cua.

Genny era ai piedi del Gigante, e attendeva  l’eruzione pliniana. Nessuno scampo, nessun superstite. Solo soldi ‘sta casa, nessuno la vuole, nessuna se la piglia. Una casa enorme di inizio Novecento con soffitti altissimi…che a riscaldarla ci vuole un mutuo, un solo bagno che si apre sulla cucina  e neanche l’ascensore…che se ti sloghi una caviglia ammuffisci insieme ai parati..

 Il palazzone traballava , senza mai cadere, su corso Resina, fin dal 1912. Dei tanti appartamenti, comprese le stalle, in cui era stato suddiviso dopo la morte del nobile proprietario, il signor De Rosa, uno l’avevano  pagato con lacrime e sangue Anna Mennella, coniugata Forgione, e le  sue sorelle nubili, Rosalia, Giovannina e  Maria, le quali  andarono a vivere con Ninina, suo marito Filippo e le loro tre figlie in quel pezzo di villa Cua che era stato la cappella dell’ edificio signorile, separandosi, non senza qualche rimpianto, dal basso di vico Moscardino dove avevano lasciato la loro giovinezza.

Genny in quella casa non entrava da anni, più o meno una decina.

Varcò il portone, superò gli scugnizzi che mangiavano gli spaghetti sulle scale e gli stendipanni appesantiti da tutine e grembiulini, salì quei 77 scalini che la dividevano da casa di nonna Anna, calpestò le mattonelle scheggiate del ballatoio, si sporse sulla ringhiera arrugginita. E si sentì venir meno, come sempre.

 ‘ A cap è ‘na sfoglia e cipolla-amava ripetere nonna Anna finché poté, finché anche la sua testa diventò labile come la liliacea che tanto amava citare. Ma quella di Genny si sfogliava da sempre, mettendo la sua fragile consistenza sotto gli occhi di tutti.

 Aprì la porta sottile dell’appartamento e sprofondò in un abbraccio di muffa  e tessuti lasciati a imputridirsi in anni di dimenticanza. Le stoffe delle Mennella straripavano da ogni cassetto o pensile della casa e da ogni ferita delle pareti sanguinavano fili di cotone, rosari appesi a perpetua devozione  dell’arte sartoriale.

Ma quella casa continuava a metterle paura con i suoi mille occhi e le sue mille mani. Ora come allora, come sempre.

Molti mobili ora mancavano all’inventario dei ricordi di Genny, portati via a ornare altre case, solo il grande letto di noce dentrattutto, dove erano morte tutte le Mennella e pure Filippo Forgione, quello nessuno lo aveva voluto. Faceva paura a tutti, anche se nessuno osava dirlo . Sembrava che si muovesse anche adesso che mancavano lenzuola e materassi, ora che era solo una carcassa tarlata, ora che non era rimasto più nessuno a occupare lo spazio vuoto dove un tempo dormivano zia Rosa e zia Giovannina a testa e zia Maria,  più bassina e cicciottella, a piedi.

 Dallo specchio ovale di fronte al letto Genny vide quello scheletro ligneo e spoglio galleggiare sulle onde del pulviscolo fluttuante  arrotolato intorno ai  raggi di un sole d’acqua. Quell’intelaiatura di respiri ammuffiti si inclinò verso sinistra, in direzione del vecchissimo secretaire  da dove gli occhi di tutte le Mennella la fissavano. Genny  indietreggiò e fece per scappare, come faceva da piccola, quando il Cristo del secretaire la rimproverava e gli occhi morti di uomini e donne e neonati antichissimi la scrutavano per capire cosa ci fosse di estraneo in lei, per capire cosa c’entrasse con loro.

E allora, come sempre, tentò l’ennesima delle sue fughe precipitose dalla stanza dentrattutto alla cucina assolata che profumava di caldarroste.

Ma questa volta non riuscì. E questa volta era adulta. La gamba sinistra le si incollò alle mattonelle intarsiate di minuscole pietruzze. Abbassò gli occhi e vide fili sottilissimi di cotone bianco rigirati più volte intorno alla caviglia a formare un laccio dell’altezza di cinque dita.

Genny cominciò a urlare senza emettere suono, solo strepiti ammutoliti e marciti e squarciò la polvere che imbiancava l’aria dentrattutto.

Quella casa ancora  non la lasciava in pace, non l’avrebbe mai lasciata in pace. Dallo specchio ovale dell’armadio mastodontico nonna Anna  la guardava senza occhiali, perché quei cosi strani sul naso lei non li sopportava, non li aveva sopportati mai, li inforcava solo per cucire, quando era al sicuro dagli occhi della gente. Che avrebbe detto la gente se l’avesse vista con quei fondi di bottiglia? ‘A vecchia ha perdut ‘a cap?

Mai si era fatta vedere da questa gente con gli occhiali, mai con un cappello in testa. Sempre a dimostrare che non aveva la capa sciacqua di Rosa, la sorella maggiore, da sempre persa tra le storie Harmony, o la mente poco lucida di Giovannina che cantava canzoncine lascive che mai aveva imparato in una vita intera di nubilato integrale.

Stava sempre a nascondere le fantasie adolescenziali di Rosa, che mostrava a tutti l sue foto da signorina e  si perdeva, estasiata, nei suoi racconti di uomini che aveva rifiutato, perché nessuno era alla sua altezza, che voleva cucire a tutte, clienti, nipoti e pronipoti, abiti sciancrati a fiori vistosi.

Sempre a inguattare Giovannina dentrattutto, quando veniva qualcuno a farle visita e quella cantava canzoni sconce  e batteva le mani o semplicemente cullava un immaginario bambino mai partorito sussurrandogli  Nonna nonna nonna nonnarella, o lupo s’è magnat a pecorella...

Questa era stata la fissa di nonna Anna…Che dice la gente se mangi i maccheroni sul balcone? Che dice la gente se piangi per strada? Che dice la gente se non riesci a respirare e svieni proprio davanti alla tabaccheria di Assuntina? Che sei pazza…Genny!

Una vita spesa a occultare la follia e il malessere della famiglia.

Fatica sprecata. Il setaccio dell’origano delle Mennella , che aveva squarci enormi, eppure era sempre quello. Nonna Anna non lo buttò mai.

La gente, la gente…

Ma chi è ‘ sta gente? -si era sempre chiesta  Genny- ‘sta gente che, invece di rialzare dal marciapiede un povero Cristo che è caduto, pensa a sfottere oppure lo solleva e dopo va a casa a ridere? Genny l’aveva sempre odiata ‘sta gente.

Nonna, senza occhiali e senza cappello, la fissava dalla pancia di quel mobile gigantesco. Aveva in braccio un neonato, forse uno dei suoi  fratellini morti durante il parto, forse l’ultimo, quello che si era portato con sé anche la sua mamma, Luisa.  Sorrideva nonna Anna.

E disse, come diceva sempre:- E criature fann scurdà e pensiere.

Ma quella creatura che Ninina teneva stretta al petto era strana: una testolina da neonato e delle antennine nere da insetto, delle gambine da cucciolo d’uomo e un dorso rosso a puntini neri, da coccinella. Nonna Anna si teneva attaccata al grembiule  a fiori quell’ibrido proteiforme come fosse il più bello dei miracoli, la più bella di tutte le creature che aveva cresciuto.

-E’ venuto così, senza preavviso, ora che non ci sono più, ora che sono morta. Pensavo di non avere più nulla da fare quando sono morta, pensavo di essere inutile e all’improvviso  mi sono trovata addormentata, chiamavo mia madre, la vedevo pure, era giovane e bella, e viva. Aveva il viso tuo, mio, delle mie figlie e di tutte le mie sorelle. Pensavo che nessuno di voi aveva  più bisogno di fare la nanna o di cambiarsi il pannolino. Pensavo di non aver nessuno da crescere perché ero troppo vecchia e  dimenticavo tutti i nomi e le facce. E avevo pure paura quando mi perdevo al mercato e  non sapevo dove dovevo andare  e dove era casa mia. E, quando un signore che conosceva il mio nome mi prendeva sottobraccio e mi diceva  Non vi preoccupate, lo so io dov’è casa vostra e mi accompagnava a qui casa mia, io gli dicevo grazie, grazie assaje, ma non mi ricordavo perché lo conoscevo.

I fratellini di Ninina, quelli che sua madre aveva perso durante il parto, erano rimasti piccolini come nelle foto ingiallite del secretaire, ma quando nonna Anna era arrivata, ultraottantenne, sul marmo gelido del mobile, quelli erano già più vecchi e saggi di lei, che aveva salutato villa Cua dal letto dentrattutto dopo anni di dimenticanza di sé e di strade sconosciute che, di generazione in generazione, erano scrosciate fino a Genny .

Ma  quel sipario di oscurità dietro cui Ninina si era mossa per tutta la vita e che  era diventato putrido e pesantissimo dopo la morte delle sue figlie, si squarciava ora  al sorriso di quella  criatura,  che lei stingeva come una qualsiasi delle tante che aveva tenuto tra le braccia nel suo maternariato terreno.

-E’ nata così…piccola piccola, di due mesi e un po’,e a forma di coccinella. Hai visto, è curiosa, ha le antenne? Ha gli occhi chiusi , sta dormendo. Ma è bella. E’ bella come te.

Il sorriso di Ninina attraversò lo specchio e illuminò la stanza. Se la schiacciava forte sul seno pieno di capocchie di spillo l’ultima delle criature  Mennella, concepita dall’amore  covato da intere generazione… e mai nata. Concepita nel grembo  di Genny  Genny per caso e per amore e morta lì, per caso e per amore, nel suo ventre ultraquarantenne, dove si era annidata, in mezzo a sangue coagulato e sperma inutilizzato.

Lì si era accoccolata dolce e coraggiosa, scaldando le viscere della sua mamma per due mesi e un po’, e la sua vita per sempre.

Dopo l’operazione crudele che le succhiò via dalla pancia quel  pezzo di cuore, Genny faceva  addormentare in quello spazio vuoto, che doleva come un morso, un bambolotto a forma di coccinella, acquistato chissà dove solo per tappare il buco nero sul suo corpo.

Dalla spalliera del divano marrone di via Bakunin 17 e dai pensieri di ogni santo giorno quel bimbo di pezza vegliava sulla sua mamma, ricordandole quel dardo di vita che un giorno l’aveva attraversata, senza ferirla, neanche un po’. La creatura l’aveva scelta, l’aveva voluta, aveva voluto proprio lei, vecchia di una vecchiaia senza anni, sconclusionata e senza coraggio. E non aveva avuto paura, la creatura. Dal divano le diceva ogni giorno che neanche lei doveva averne.

Genny tentò di liberarsi dai fili di cotone che la fissavano lì, di fronte alle sue paure, impedendole di voltare le spalle.

Nonna Anna si inchinò in avanti e allungò le braccia, tendendole con dolcezza quell’esserino addormentato.

Genny ebbe paura di prenderlo, di abbracciarlo, ebbe paura come la prima volta che lo aveva sentito dentro di sé Le braccia le tremarono, fece per voltarsi e correre lungo il corridoio fino alla cucina. Ma le scarpe non si staccarono dal pavimento. Le sue Converse nere si erano sciolte in un lago di gomma e lacrime che la incollavano al suolo.

-Nonna, lasciami andare, se mi vuoi bene. Ho paura, ti prego.

-Ma ti senti? Hai paura di me, Genny? -respirò piano Ninina-E per favore cambiati quelle scarpe. Mettiti i tacchi ogni tanto per essere più femminile. Ma perché vai vestita sempre così? E tagliati un po’ ‘sti capelli, che sembri Maria Maddalena. Chi la sentirebbe zia Rosa, se ti vedesse ora- si spazientì nonna Anna

-Va bene, va bene… però, per favore, nonna….ora basta…voglio andare via

-Hai paura di me, Genny? Hai paura della criatura?

-Ma non capisci? Nessuno mai capisce..… Ho paura di me, di  meeee...

-Se hai paura di noi, noi ce ne andiamo via, non ti preoccupare, ma tu, tu, criatura mia, tu non puoi fuggire tanto lontano da te, lo vuoi capire o no?…Dove corri corri, corri a vuoto, picceré’.

E allora Genny pianse e pianse e pianse. A vuoto.

-Figlia mia, per tutta la vita ti sei nascosta. Dietro le imposte dei balconi per non farti trovare, sotto i letti delle stanze buie per non giocare con gli altri bimbi, dietro i mal di testa per tenere lontani tutti, dietro gli occhiali scuri scuri, dietro la voglia di morire per non dover vivere. E che hai concluso? La vita ti ha trovato lo stesso.

I suoi anni da combattente codarda, spesi a stanare la paura da ogni angolo di vita senza mai diventare la guerriera che alla paura dà spazio per ascoltarne la voce, capirne il messaggio… a che le erano serviti?

-Niente, niente ho concluso, va bene?-urlò Genny- come sempre. Ma non lo capisci proprio che io avrei voluto non essere  mai nata. Volevo solo non esserci. E , invece, ci sono stata. Avete deciso per me. Ora voglio solo morire. Non capisco perché sono nata-. Fammi venire con te. Sono stanca, non ce la faccio più, fammi venire con te, portami da mamma….

-Ma chi, chi ha deciso? L’amore fa nascere le criature, tutte le criature, pur  a tte..Si nasce per amore. Sempre. E per tutta la vita si impara a ritornare piccoli. Se non diventi una criatura pure tu, non puoi venire con noi

-E’ una parola! Ma…tu lo sai… non sono mai stata bambina

-Per questo non trovi pace- sentenziò nonna Anna -dovevi vivere da bambina,   e, se non l’hai fatto, se nessuno te l’ha insegnato, devi farlo mo’ mo’, devi farlo da sola, devi cominciare a vivere da bambina…

-Adesso, a quarantadue anni?

-Adesso, a quarantadue anni!

-Ma non so come si fa, non so come si pensa da bambini.

-Non si fa, non si pensa. Non pensare. Pensi sempre tu…pensi e poi sbagli lo stesso. Segui la vita,  ti porterà lei. Tu non muoverti senza di lei. Lei non resta mai ferma, va. Se lei  ti spinge a fondo, tu fatti leggera leggera, lasciati  galleggiare. Diventa acqua e scorri pure tu nel fiume. Diventa fiume... La vita non corre mai troppo in fretta né tanto piano da lasciarti impantanare. Ma, se sei masso, lei ti affonda e non ti fa risalire a galla per respirare. Ninina aveva trovato pace e aveva trovato pure le parole italiane che in tutta la sua esistenza non aveva cercato mai, da quando l’italiano lo aveva lasciato in sesta elementare..

Nonna Anna tese nuovamente quello strano bimbo a forma di coccinella e sorrise, come a dire Tié,prendilo. Le Converse nere di Genny si scollarono dalle mattonelle e la spinsero, docili, fino all’armadio di noce.

Genny allungò le braccia verso quella testolina che sembrava una capocchia di spillo sul camice di Ninina, tanto era piccola. Sentì un calore improvviso e pacificante risalire dalle mani alla testa. Il grumo di vita che le si era incagliato sulla fronte e alla gola quando era nata collassò attraverso le narici,  sciogliendo la coperta di pensieri pesanti che, più o meno da sempre, la proteggevano da sé. Diventarono brezza leggera i pensieri, come quella che respirano i corpi mai nati. Perché anche lei non era ancora nata, anche lei stava per nascere, a passo di bambina.

 

 

 

 

 

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2 Comments


Rob Verd
Rob Verd
Feb 10

Mi emoziono quando leggo, davvero.

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camenae33
camenae33
Feb 17
Replying to

🙏

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