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Qualcosa che somiglia a una madre- Dentrattutto di Paola Verdicchio


Qualcosa che somiglia a una madre- Dentrattutto

di Paola Verdicchio



È difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio

(P. P. Pasolini, Supplica a mia madre)




Genoveffa riguardò una vecchia foto sbiadita, una Bi phototype vision anni '70 e fece fatica a riconoscersi nella bambina sorridente dai capelli corti e il viso buffo, l’espressione provocatoria e ironica contro l’obiettivo, quella di chi immagina di arrivare lontano, pedalando su quella bicicletta, eppure aspetta a partire, perché le mancano le rotelle di supporto. E da sola non sa andare. Nessuno glielo ha insegnato mai. Dietro, la sagoma dimezzata di sua madre, o di zia Luisa, difficile da capire. Allora non c’era differenza. Era una specie di madre, una delle tante che aveva in quel periodo, o almeno così le sembrava, e questa bastava.

C’era nonna Anna e poi c’erano le sue tre sorelle, tutte nubili: zia Rosa, zia Giovannina e zia Maria. Poi, naturalmente, c’era Maria Rosaria, sua madre, e le sue due sorelle, zia Luisa e zia Annetta, e tutta la cuginanza. Ma, studiando tutte le foto di quegli anni, Genoveffa scoprì che la mamma che le stava più addosso di tutte, che incollava i grandi occhi color tortora sulle rotelle della Giulietta blu, per evitarle cadute, era proprio la sua. Ma ad andare in bici non le insegnò mai.

Maria Rosaria era troppo presa a studiare i sintomi della sua vitale disperazione, i battiti incontrollati del suo cuore, a lavarsi macchie scure che le incatramavano mani e piedi.

Attenta a non affondare nella torbiera dei suoi pensieri, in libertà troppo vigilata dai sensi di colpa, non aveva mai pensato di consegnare a Genoveffa le chiavi del mondo dei giochi. Forse non le aveva mai avute neanche lei. Non le aveva mai rivelato l’esistenza di mirabolanti fantasticherie chiamate giostre. La sua mamma la proteggeva a colpi di disinfettante e misture bollenti e giallognole. La proteggeva fisicamente, col suo corpo ossuto, perché nessuno strale di vento, nessuna bolla di sapone profumato le provocasse un raffreddore o una cicatrice di gioia.

Poi lo scudo si spezzò. Era l’otto maggio 1996. Il cielo si raggrumò, appassì come un sudario umido sulla parrucca arruffata di Maria Rosaria, quella da cui non si separava mai. Nessuno doveva vederla in disordine.

Genoveffa pensò che le rimanessero altre mamme. Se lo disse mille volte aspettando soldati di nebbia nelle notti senza ali e nelle mattine sguarnite, senza più nessuna spada.

Il guerriero avevo perso lo scudo. E ora si faceva largo tra i fantasmi di antiche vittorie agitando il coccio di una tazza da latte, sbreccata. E così si difendeva dall’aria satura di voci e aliti indistinti senza faccia e senza arti.

Genny fissava la Kodak e stentava a riconoscersi nella gioia sconsiderata di quella bomboletta di pochi anni dal nasino quasi regolare e gli occhi normalmente incorniciati da orbite, nel complesso, regolari anch’esse. Eppure si sentiva orgogliosa di essere stata almeno ordinariamente carina, da piccola.

Poi, quasi improvvisamente, il suo viso aveva sputato fuori due palline da golf bianco-giallognole con sopra una sputacchiata di cacca di colombo. E la bimba quasi carina? Forse si era sognata così. Le parevano tanto lontani quegli occhi ordinari e rassicuranti, e anche il sorriso aperto, affamato.

Un giorno, a quindici anni, passò in fretta davanti a uno specchio. E non si riconobbe. Si girò di scatto. Due occhi bulbosi e stagnanti la fissavano con sospetto, senza sorridere. Sembravano saltare fuori dalle cavità ossee, straripando come fango lutulento che si tira dietro lembi di cute unticcia e aghi di ciglia umide.

Corse via in fretta da quelle palpebre cispose e bovine, simili a tutte quelle pupille iridescenti che luccicavano sotto i parati a fiori stracciati nella grande casa di nonna Anna.

Le mancava non essere stata una bimba, non ricordarsi di esserlo stata. Si mancava tanto. Avrebbe voluto parlarsi, stringersi con affetto, avvertirsi. Avrebbe voluto chiedere a quel batuffolo incosciente cosa si provasse a essere era piccola e leggera, senza il peso di sé.

Ma dai ricordi venivano fuori solo ectoplasmi ciechi che infestavano le notti, bambole fameliche che tentavano di soffocarla nel sonno.

Non le erano mai piaciuti i giochi e anche sua madre li considerava inutili perdite di tempo. Quando zio Mario, il marito di zia Luisa, la faceva roteare in aria o salterellare sulle ginocchia insieme con le sue figlie, Genoveffa era presa da panico, sudori freddi, capogiri. Il gioco la destabilizzava, non lo conosceva.

Ma quella bimba in bicicletta, abbastanza graziosa da confondersi con tante altre, Genoveffa sentiva di amarla, come si ama una figlia non propria. La amava come una madre ama una figlia illegittima, indesiderata, coccolata con sensi di colpa, sempre abbandonata e quasi sempre ripresa.

Forse sì, aveva nostalgia di una madre. Una di quelle madri che ti abbracciano anche se sei mediocre, che ti cantano la ninna nanna e ti preparano la frittata, che ti mettono il grembiule prima di andare a scuola, che ti aiutano a dimenticare i tuoi limiti e non ti svegliano nel mezzo dei tuoi deliri di infantile sovrapotenza a ricordarteli.

Forse per questo lei non sognava mai sua madre, perché aveva bisogno di una madre madre, rassicurante come il buio, per cui non c’è bisogno di brillare.

Aveva sempre odiato sentirsi dire, suggerire, informare, riassumere, educare, istruire... e questo non è da persona per bene, ma non è una vergogna non saper riconoscere il congiuntivopiuccheperfettodeponente dopo ore e ore di studio? Ma come è possibile conoscere la regola e non riuscire ad applicarla? Impara l’arte e mettila da parte. Dico io, come, ma come si fa a non avere un’amica, a non essere capace di intrattenere public relations … non basta lo studio, ci vuole intuito, bisogna essere svegli, svegli, non dormire sui libri, altrimenti: falliti, questo si diventa. Il mondo corre veloce, non aspetta te … se non te le dice una madre queste cose chi te le deve dire? Nessuno ti dirà mai lavati la faccia che sei più bella di me…

Genoveffa non si lavava la faccia. Era stanca di parole, era malata di parole, era invecchiata di parole, desiderava solo essere sufficiente e figlia.

Sufficiente: il limite e la meta.

Spesso, dopo la morte di Maria Rosaria, se ne stava nascosta nell’oscurità, avvolta nella vecchia poltrona di sua madre, quinto piano, Via Doglie 17, lato mare.

Accarezzata dalla stoffa sfilacciata di quell’abbraccio inerte, palpava le tenebre rassicuranti e mute, tenendole strette strette, come fossero le mani di una madre cieca, accecata dall’affetto. Amava il buio silenzioso e sguarnito. Lo amava, perché in quel ventre nero e tacito non le servivano né spade né scudi. Lì non c’erano spettri di saliva e cornee spiaccicate a terrorizzarla. Non doveva inventarsi e rappresentarsi al meglio, simulare un talento qualsiasi che non aveva mai avuto.

Stretta da carnose braccia di tela, incuneata in quella vecchia ossatura lignea, riusciva soltanto a scorgere sulle mattonelle grigie del palazzo di fronte il riflesso di una luna stanca, anche lei, di brillare ogni sera e di fingere di essere il sole che non era.

Una volta l’aveva sognato un abbraccio quasi vero: forse quello era sentirsi accettati, esserci, essere a casa, sentirsi figlia.

Non sognava mai sua madre, sognava spesso, invece, zia Annetta, che era quanto di più vicino a una madre Genoveffa avesse conosciuto. Zia Annetta non era istruita come Maria Rosaria e, soprattutto, non gliene fregava niente di esserlo.

Alla piccola Genny piaceva vederla cucire e ricamare per sbarcare il lunario, cucinare la frittata di patatine o le cotolette, apparecchiare la tavola per tutti i nipoti, le piaceva quando comprava dei giochi inutili per i suoi figli perché non avessero meno degli altri. Le piaceva quando urlava il suo affetto con parole di fuoco e zoccoli di legno che veleggiavano da un capo all’altro del tavolo della cucina di nonna Anna.

Annetta era la sorella minore di Maria Rosaria, la scapestrata, perché non aveva voluto proseguire gli studi. La pervadeva un ossessivo timore di uscire dal quartiere for ‘o pont

e dal vicolo di cui conosceva ogni crepa di muro. Lei non aveva mai avuto nessuna voglia di migliorare il suo status. Si sentiva al caldo nel guscio delle sue cose. Maria Rosaria, invece, sfidò il freddo. Si era laureata ed era per tutti quelli del quartiere popolare di for ‘o pont “la professoressa”, Genoveffa, naturalmente, la figlia della professoressa.

Zia Annetta si muoveva con disinvoltura tra le viuzze e i budelli in cui affondavano le origini della famiglia Mennella.

Lì si sentiva qualcuno, lì tutti la conoscevano e la chiamavano per nome. Lì abitava la sua amica Patrizia, lì crescevano libere le tre galline che le facevano l’uovo fresco ogni giorno. Lì c’erano ancora i ricordi di tutta una vita, le fughe dalle lezioni di cucito, le pizze fritte di ‘Ntunettella, le tracce degli zoccoli lanciati da nonna Anna.

Maria Rosaria, per sentirsi qualcuno, si fece ipertrofica, il vico Moscardino non la conteneva più. Il suo baccello la espulse. Così lei rotolò, sola e spaesata, su una strada a scorrimento veloce Allora, senza perdersi d’animo, imparò a guidare per tornare indietro, studiò ogni sentiero della strada maestra che la riportasse a casa. Questa fu la sua missione segreta, durata una vita intera.

Le Mennella, nonna Anna e sorelle, erano un po’ tutte madri, anche se nubili e vergini. Tranne nonna Anna, naturalmente. Ma anche lei conservava un segreto senso di colpa per il modo con cui aveva dato la vita, una sorta di ansioso pudore, una strana mania per le pulizie di casa.

Sembrava che tutto quel Lysoform, tutto il Polivetro che scorreva a fiumi nella grande casa di Corso Resina servissero a candeggiare, oltre ai pavimenti, quei tre peccati di Ninina che ormai lasciavano intravedere sembianze adulte e femminili, venerande e materne a loro volta .

Questo confuso e irrisolto senso di maternità scorreva a precipizio, rovinosamente, attraverso le generazioni Mennella, trascinando con sé barlumi di vite trascorse, forme ambigue di talento e mediocrità, affetto, sesso misto a un desiderio di morte, confondendo tutto in un’unica, inscindibile poltiglia di cui nessuno ormai riusciva a riconoscere gli ingredienti. La famiglia.

“Accettare di allevare bambini, ma disprezzare l’atto con cui la vita si genera: è possibile?” chiedeva a volte Genoveffa a uno dei tanti santini di cui le sue mamme le imbottivano le canottiere. Subito un silenzio imbarazzato, ingozzato di litanie anestetizzanti recitate in coro si precipitava a spegnere i suoi istinti.

Le anziane Vestali dell’arte sartoriale e dell’ equilibrio psichico di Genoveffa erano riuscite, con i loro sortilegi, a esorcizzarle la vita, ad annacquare le emozioni strazianti con una strana pozione, un miscuglio di vertigine e timor di Dio, di voglia di voli liberi e paura di cadere.

Rannicchiata dietro le imposte dei balconi dentrattutto, pregando di volare dalla balaustra insieme ai piccioni grigi, Genoveffa sentiva gli esorcismi delle mamme Mennella disciolti nell’aria a bonificare ogni recesso di comò dalle stranezze di una criatura troppo difficile per i loro rituali, che sapevano di terra, di tempi immemorabili, di vecchie fattucchiere e storpie beghine, di incenso e aspersori, moccoli di candele, odore di lavanda e naftalina, tarme stramazzate e sepolte sotto le tovaglie ricamate, ditali mozzati.

Insomma, di tutto tranne che di una carezza leggera sui capelli, buffetto sulla faccia che facesse sentire Genoveffa parte della famiglia. Questi sommessi cerimoniali quotidiani, queste ipnotiche ninne nanne narcotizzavano le parole pluridirezionali di una bambina troppo adulta, i suoi gesti sconnessi dai suoni che li preannunciavano.

E la bambina si addormentava raggomitolata dietro le imposte, ipnotizzata.

Sotto suoi occhiali tondi di tartaruga, all’apparenza seria seria, compressa dal peso delle nove lettere del suo nome, pesante come uno schiacciasassi, Genoveffa aveva il potere di destabilizzarle.

Le Mennella pregavano, a bassa voce, in ogni stanza dell’enorme casa incuneata nell'intestino di Villa Cua, tutte insieme per dare linfa e forza ai loro voti. ‘A criatura magrolina, pallida, silenziosa trasmetteva una strana paura alle vecchie madri, che si davano coraggio, unendo i loro poteri.

Si affidarono persino ai luminari della scienza umana.

Nel suo tour medico durato decenni, Genoveffa non si divertì affatto e non si sentiva meglio - come le avevano promesso - imbottita di santini trafitti e sanguinolenti, stordita da geremiadi intorpidenti o accarezzata con mani ruvide di crocifissi benedetti.

Le vecchie Resinare avevano imparato fin da piccole a metter in quarantena gli stranieri prima di lasciarli entrare nel loro mondo, fatto di significati incontrovertibili e adamantini, cementato su ossee certezze che proteggevano gli organi molli della famiglia. Armate di gigantesche ramazze, lastricavano con potenti diserbanti di loro fattura i sentieri di non ritorno alle loro cose.

Ma Genoveffa era sangue del loro sangue. Non potevano espellerla contraendo semplicemente i loro grembi di naftalina.

Cercarono di esorcizzarla. Cercarono di individuare il gene modificato e di guarirlo. Cercarono di farsene una ragione, tenendola sempre sotto osservazione e sotto divina e umana protezione.

Ma lei si sentì sempre forestiera e pellegrina, lurida e stracciona sulla terra delle sue madri.

E loro lo sapevano, così le lasciavano sempre addosso qualche sacchetto del loro affetto, prima che lei uscisse per andare a scuola o prima che si rinchiudesse a studiare in camera di zia Maria, tra cassetti straripanti di stoffe pronte a soffocarla.

Le vecchie sarte le confezionavano gonne e abitini svolazzanti, imbottendo le fodere di scudi metallici a prova di ogni strale di vita. Genoveffa sentiva quel peso freddo mentre camminava per le vie di Resina o mentre sedeva nel banco della scuola elementare V circolo didattico, dietro la Posta. Viveva con quell’enorme gomitolo metallico appoggiato sulla bocca dello stomaco. A volte un boccone indigesto veniva fuori, inesorabilmente, disfatto in mille pezzettini di carne rigurgitata, che coloravano le mattonelle troppo linde del bagno di nonna Anna. Dopo si sentiva più leggera e le veniva tanta fame. Di tutto.

Cominciò il giorno del suo quarto compleanno a cercare e cercare nei cassetti del vecchio comò di casa di nonna dentrattutto caramelle, cioccolata, pietre preziose, lettere e messaggi di fate e anime salve. Qualsiasi cosa potesse riempirle lo stomaco e che non pesasse più di lei. E trovava vecchie foto dimenticate, qualche collana spezzata, santini e medagliette e aghi, bottoni, carcasse stecchite di gloriosi merletti, scheletri di forbici monche. E spagnolette di cotone o di capelli colorati accuratamente dimenticate, reliquie di una giovinezza incartapecorita, schiacciata per sempre sotto un mare di tovaglie e lenzuoli.

Le Mennella giravano sempre con qualche fibra colorata attaccata addosso. E quegli arabeschi gialli, rossi, bianchi sembravano angeli ubriachi malamente atterrati sui loro camici di casa e sui loro capelli colorati di un tortora inverosimile.

Forbici, aghi, bottoni, stoffe a fiori, uncinetti. Forse erano queste le armi della casata, i tesori della famiglia, il patrimonio da tramandare, il talento nascosto, il messaggio segreto.

Forbici, aghi, bottoni, stoffe a fiori, uncinetti. Era questo l’amore inespresso e schiacciato, sublimato nell’estetica dell’ arte sartoriale, manualità, fisicità, vita, bellezza, amore, sesso .Era questo il blasone cencioso, lo stemma straccione di una famiglia declinata al femminile.

Genoveffa sognò ogni notte, per molte notti, aghi e forbici capaci di accarezzare come mani materne e di sgozzare con la ferocia e con l’odio di cui solo chi sa dare la vita è capace.

Le vergini ricamatrici filavano e tagliavano l’ordito delle sue sinapsi pigre, ricamavano le iniziali della casata su ogni minuto della sua vita.

Leggi materne. Leggi eterne.

Muri di mattoni sedimentatesi nelle ossa, che lei non riusciva a scavalcare. Aveva il terrore di cadere dal suo baccello su un’autostrada in cui tutti correvano veloci. E Genoveffa, che non aveva mai avuto senso dell’orientamento, temeva di non ritrovare la strada, una qualsiasi, che la riconducesse a casa. O almeno in un luogo qualsiasi non troppo lontano da lì.

Lei non era come sua madre.

E poi la faceva vomitare il pensiero un legume spiaccicato sull’asfalto o smarrito in un brodo di pollo.









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