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Le parole magiche e la camomilla- Dentrattutto di Paola Verdicchio

Le parole magiche e la camomilla




Genoveffa lasciò per strada i suoi compagni della quinta elementare, mentre ancora la sfottevano per il suo nome e i suoi occhiali a culo di bottiglia Sangemini.

I vetri spessi, appannati dal caldo e dal sudore, assomigliavano a quei vuoti a rendere che tutti i bambini del quartiere for ‘o pont erano stati addestrati a riportare, senza farli cadere, a Maria dell’uorgie, in un basso, fronte strada, che si apriva abusivamente su Corso Resina.

Tutti i suoi compagni di scuola abitavano su Corso Resina, nel vico Moscardino o nel vico Acampora.

Corse su per le scale del vecchio palazzone di nonna Anna, che se ne stava accovacciato tra quei cunicoli formicolanti, e, senza più fiato, arrivò sul ballatoio, entrò, scaraventò grembiule e fiocco tricolore sulle mattonelle umide di Lysoform. L’odore di casa.

Come al solito, i suoi capelli sconclusionati, refrattari a ogni fermaglio, appassirono di colpo sotto i rimproveri di zia Annetta, la più piccola delle sorelle di Maria Rosaria, sua madre.

Il profumo di olio fritto che esalava dai suoi abiti da casa annunciava frittata o polpette. Il suo tono niente di buono.

Sua madre non c’era a proteggerla. Non c’era mai. E, in ogni caso, non l’avrebbe fatto.

“Su, su, le mani, lavare, disinfettare, via i germi, veloce, veloce..lo sai che a scuola i bambini del mercato e dei vicarielli ti attaccano la sporchizia…. la frittata è pronta. Ti sei fermata di nuovo a comprare le figurine per l’album da Rosa Mallardo, vero? Mica hai mangiato pure il negretto? Con le mani zozze? Che poi ti viene l’epatite virale…? Come quando hai bevuto dallo stesso bicchiere di Agnese…te li ricordi i lavaggi attaccati allo scaletto e i pianti che facevi? E poi c’hai il vizio di bere dalle tazzine del caffè dei grandi. Quando noi invitiamo la signora Borrelli a prendere un caffè, mica le chiediamo il certificato medico? Che ne sappiamo noi se la signora c’ha le malattie?… Non devi bere dalle tazzine sporche! Quante volte te lo dobbiamo ripetere. Che poi tua mamma deve lavorare e chi ci sta con te, quando stai male? Già stai a letto una settimana sì e l’altra pure…Che dice il dottore Leopoldo? Tu non c’hai gli anticorpi…I figli di Pupella che raccoglie l’immondizia sì, perché vivono nell’immondizia, tu no…perché ti abbiamo fatto vivere nella pulizia e mò è tardi.

Guarda un po’ tu…vai a fare bene!

Ma perché non le capisci mai queste cose e te le devo ripetere ogni volta…E poi non mangi le cose nutrienti….Ma che sto a fare a cucinare per tutti da stamattina se nessuno mi apprezza. Te la mangi fredda la frittata… non voglio sentire niente, ormai l’ho cucinata, così impari a fare tardi.…Almeno qualcuno che mi dicesse grazie… Ah, ma la prossima volta lo dico a tua madre …”.

In verità a Genoveffa non piaceva il negretto, tutta meringa nauseante, una crosta impercettibile di cioccolato finto che si scioglieva tra le mani sudaticce, lasciando indizi chiari di colpevolezza sotto le unghie.

E, in verità, si era scapicollata a tornare proprio perché pensava di trovare le figurine sotto il piatto della frittata. E invece no: alzò il piatto, il tovagliolo, persino il bicchiere. Non si sa mai. Nulla.

Non si oppose alla furia di zia Annetta. Sapeva che sarebbe durata il tempo di un morso e di una parola di apprezzamento alla sua frittata. Sedette a tavola con le sue cugine, già schierate all’assalto della pietanza. Ammainò i suoi capelli, abbassò gli occhi nel lago giallo gelato che aveva davanti e si tappò la bocca con quella pastrocchia dorata.

Le tessere colorate di Dumbo, le mitiche, sbucarono all’improvviso, magicamente, dopo che ebbe mandato giù l’ultimo boccone, dalle tasche del grembiule, unto e spruzzato del ragù dei grandi.

“Non ci fare l’abitudine, eh? Tie’! Guarda qua che ho trovato. Mi ero pure dimenticata di averle …”

“No che non ce la faccio … .prometto, promettissimo …”

Genoveffa corse a cercare sua madre per mostrargliele, per dirle che aveva mangiato tutta, tutta la frittata, insomma che il premio se l’era proprio guadagnato, lei che di mangiare non voleva mai saperne. La trovò subito. Maria Rosaria se ne stava, anche quel giorno, rannicchiata al buio, sulla vecchia poltrona color carne del salotto buono della nonna. Accanto, la solita camomilla mai iniziata. Sul petto, una mano pallida e sussultante. Genoveffa, sfuggendo ai controlli della vedetta di turno, aveva varcato il confine tra la cucina e il salotto e zia Annetta corse a riprendersela, alitandole sottovoce nell’orecchio parole rituali, ma dal fondo insondabile: extrasistole, tachicardia, emicranie. Le suonavano familiari quelle farfalle spettrali, prive di ossa, che svolazzavano per lo stanzone. Non ne aveva mai tastato lo spessore. Sapeva solo quello che implicava la loro parabola frenetica e silenziosa: mamma non era felice, anzi era davvero triste e non poteva parlare con nessuno.

Quelle formule alate attraversavano le sdruciture del divano e si attaccavano, come un cielo bluastro e livido, al parato a fiori, ai mobili vecchi, alle poltrone nude e scarnificate dal tempo. Volteggiavano come bioccoli di polvere sui capelli cotonati di Maria Rosaria e sugli spaghetti scotti e insipidi di Genoveffa. Si infilavano tra gli spiragli di gas vitali, nelle condotte dell’ossigeno, tappavano i tubi del respiro. Strozzavano le budella e comprimevano mani, braccia, petto, fegato, reni, fino a soffocare tutte e due, fino a mangiarsi la poca aria che ancora riusciva a filtrare dalle imposte di legno serrate, sgretolate dalle spugne e dai detersivi.

Genny voleva solo dirle che era felice delle figurine e altre scemenze del genere.

Voleva solo un abbraccio e stava per chiederlo. Ma Maria Rosaria si girò di scatto verso la parete.

In quell’istante i gas della stanza si condensarono tutti nel vapore acqueo esalante dalla camomilla. E allora ogni cosa, muri, divano, pupille, finanche le parole, scollatesi dai pensieri, si ammainarono come le ali di un piccione grigio e sporco su un asfalto grigio e sporco.

Un lenzuolo gonfiato e poi risucchiato da un vapore puzzolente le coprì viso e occhi. Genoveffa non riuscì più a vedere le sue figurine, tutto era diventato di un ottuso giallo camomilla, un giallo viscido e maleodorante, di quelli che appestano l’aria, che insudiciano le cose e che ora si divertiva a nasconderle la nuca di sua madre.

Doveva essere per questo che non riusciva più a scorgere le piastrelle che portavano fino a lei. Doveva essere per questo che non vedeva più la camicetta sgargiante di Maria Rosaria.

Doveva essere per questo che non era capace di ricucire il senso di quello strano rumore che era diventato la voce materna.

“Gen…ff..…attene…tene …via…aaa…. iiiiiaaaa…”.

Un colore non colore ora si adagiava, nella sua lieve pesantezza, sulle parole che colavano sulle guance di sua madre.

All’improvviso Genoveffa urlò forte da sotto quel sudario che puzzava di uovo avariato.

“Aprite le finestre, le finestre, vi prego! Non ci vedo, non respiro…Non voglio morire!”

E fu da quel giorno che iniziò a sopravvivere, attentando ogni giorno alla vita di sua madre.

Forse da sempre, dal momento in cui fu concepita in quella stamberga di cordone, amore liquido e sole, che le insegnarono a chiamare mamma, aveva tentato istintivamente di respirare, contendendo l’aria a chi tentava di sottrargliela, chiunque fosse….

Ma da quel giorno si sentì una pianta nata da un seme omicida.

Eppure visse e visse ancora e ancora, soffocando e morendo ogni giorno dal quel giorno . E neanche le figurine potettero più nulla, neanche la frittata di zia Annetta, neanche il sogno di andare senza paura alle giostre, che tanto sarebbe venuta mamma a salvarla se i cavallucci e le astronavi giravano troppo velocemente…

Tachicardia, extrasistole… Genoveffa, rannicchiata nella poltrona della stanza di zia Maria,quarta sorella zitella della nonna, si ripeteva ossessivamente le formule per non dimenticarle, per decifrarle, reggendo tra le mani gelate la tazzona di camomilla che le aveva preparato zia Annetta.

L’armadio della stanza della vecchia ricamatrice strabordava di trine e pezzi di stoffa che strisciavano fuori dalle fessure e dalle serrature, allungandosi verso l’aria.

Guardando quel fiume di fibre colorate scorrere lungo le pareti dell’armadio, Genoveffa si sentì in colpa per essere piccola e ignorante, affamata d’ aria.

La solita scheggia di mediocrità, una lenticchia smarrita in un brodo di pollo.

A volte qualche conato di vomito rovesciava su carta di quaderno una brodaglia gialla, con frittata, lenticchie e tutto e così lei riusciva a sollevarsi dalla sua pancia pesante, tenendosi attaccata a un palloncino colorato, la sua riserva di elio e ossigeno di milioni di giorni strozzati, giallastri e acquosi.

Finalmente una notte comprese il significato delle parole magiche che sua madre non pronunciava, neanche con voce sommessa, come fossero una formula segreta trasmessa per via genetica, tatuata sul corpo.

Il cuore le balzò improvvisamente sotto il suo torace gracile, facendola tremare tutta. La mano sottile e bianchiccia, chiamata a placare il fiume in piena che le scorreva sotto lo sterno, si inguantò in una chiazza rossastra e pulsante. Un canovaccio di lepidotteri succhiatori di aria, sudici e puzzolenti di frittata, le ricoprì gli occhi e la bocca spalancata in una muta richiesta di aiuto.

Quella notte soffiò e soffiò sul fumo della sua pozione fumosa ripetendo la formula magica.

E quella notte pure finì e iniziò la sua vita adulta, tinta di giallo.








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