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IN LIMINE di Paola Verdicchio

Aggiornamento: 13 mag


In ipso finitae lucis limine (Apul., Met. XI,21)

 

There’s a feeling I get

                                                                                                                   When I look to the west

                                                                                                         And my spirit is crying

for leaving

                                                                                                                                             ( Led Zeppelin,Stairway to heaven)

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          




 

E le parole

Il tempo non le imbianca più

E non si seccano a lasciarle stese al sole

Credimi, morire non è niente

Se l'angoscia se ne va

(Baustelle, La morte)

 

 

Se ne stava appoggiata alla ringhiera  mezza arrugginita del balcone di un ottavo piano di via Cincinnato 22. Ai piedi squarci rosa pallido, spiumati da un indugio sul limine che era durato sessant’anni, e qualcosa.

Gli occhi di sempre, incavi ossei intorno a iridi di un marrone qualunque, contemplavano quel tiepido mattino di ottobre come fosse il primo di una lunga vita.

Le palpebre accartocciate su sé stesse  sfioravano gli steli delle ciglia ancora nere, che pungevano il cielo come piccoli spilli.

Gialli, bianchi, grigi, arancia spremuta e strizzata, risultato di tante tinte fai da te  sovrapposte alla rinfusa, sottili spaghetti  si contorcevano intorno all’aria umidiccia di una domenica ordinaria,  ribellandosi  ai becchi di cicogna, che imponevano un ordine o almeno una sosta disciplinata.  Il sole che traforava di tanto in tanto  stracci di grigio  li faceva appassire di botto, fulminandoli rapido e spegnendosi  su un  camice da casa a fiorellini blu ricavato da un abito di sessanta domeniche prima.

Dolores, Dodò, Cacciottolo, si accarezzava  il  fenicottero atterrato stanco e spelato sulle  spalle strette e le  braccia soffici, la liseuse di un  corredo di nozze mai ingegnato.

 Mordicchiava una pasta di mandorla e, schiudendo appenale labbra inzuccherate, cantava.

-Staje luntan da stu core,…a te volo cu 'o penziero… niente voglio e niente spero… 

E ogni due per tre   si permetteva qualche deviazione poetica  e sputava fuori  le parole  che erano riuscite a liberarsi dall’anello di fumo  della Marlboro mezza consumata tra le dita.

-Ma, scetánnome 'a sti suonne ‘sto nata volta  a fianco  a te… Oje vita, oje vita mia...

La cenere  delle sigaretta incartava i mozzichi di sillabe sincopate, sciamando poi  in quel distillato di  idrocarburi policiclici e  fumo nero  di peperoni arrostiti che era Cavalleggeri d’Aosta, periferia ovest di Napoli. Anni  e anni dopo la dismissione, l’Italsider continuava a benedire dall’alto quel conglomerato bituminoso ingozzato di tradizioni  tradite, sempre. Come  Cristo in croce che non risorge. Un crocifisso senza dio indicava alla gente di Cavalleggeri  quale era la via, tirare avanti con la rabbia in corpo di chi  il mare lo  intravedeva solo attraverso la zozza ferraglia arrugginita, che mò si chiamava archeologia industriale e  prima si era sempre chiamata munnezza che chi governa non  vuole smaltire, perché costa, e allora la ricopre d’oro come un dente cariato e la lascia  lì a sgocciolare sangue  su certe  teste  di cemento armato che non lo vogliono capire che quella è arte.  I colpi  fantasma delle acciaierie facevano ancora  ballare le cervella  a tutti quanti  nel quartiere, a tutti  i discepoli inginocchiati ai piedi del Calvario.  Un titano enosigeo di metallo anchilosato  che non ammetteva repliche, né preghiere.

Il  bisturi delle ore annerite incideva il calcestruzzo sotto i passi pesanti  dell’ ex autista ATAN, domiciliato a via Cincinnato 22, nel vecchio palazzone di dieci piani scartocciato dalla rabbia di sopravvivere che strozzava la tante famiglie che lo abitavano.  Pasqualino Scardamaglia, pensionato da vent’anni e con quattro famiglie  a carico,  si trascinava lento  a farsi compagnia da solo sulla panchina del parchetto spelacchiato che esplodeva in tutta la sua avvizzita improduttività proprio di fronte casa sua, sbocconcellando il suo  panino con tonno e compiacendosi di far litigare  i piccioni e i gatti per  le briciole che lasciava cadere, fradicie di umori.

La solitudine  che s’infilava a santificare la parietaria nei buchi dei muri, l’unica pianta che ancora rinfrescava l’aria, Pasqualino la sentiva sodale e amica. E allora com’ è  che  non riusciva scavare fino a trovare un pozzanghera salata  e profumata che contendesse ai vapori di soffritto almeno il suo pianerottolo?

Le scale del suo palazzo con l’ascensore perennemente rotto di via Cincinnato 22 Dodò le aveva scese  e salite fino all’ottavo piano parecchie volte, quando ancora usciva da casa, maledicendo gli inquilini che non pagavano le spese di condominio e quel dannato vizio del fumo che l’aveva carezzata tutti i santissimi giorni della sua vita, fino alla tomba. A volte posava le buste della spesa con sedano, mandarini, patate e tutto davanti alla porta appartamento di Pasqualino Scardamaglia ,al settimo piano, proprio di fronte alla rampa di scale. Fulminava la  targhetta di ottone sbiadito che annunciava Pasqualino Scardamaglia e Nicolina Sarnataro e un’altra quindicina di nomi  non scritti che però si facevano sentire  urlando dietro  quell’aldilà di legno sbucciato. Allora Dodò si incardinava a un’ invisibile asse terrestre, ancorava sui fianchi  i dorsi delle mani  ricamate con  vene azzurrognole. Sembrava un orcio di terracotta pesante e  pieno fino all’orlo. Poi soffiava contro l’uscio semiaperto il  fiatone accumulato a salire gli scalini  e ad aspirare Marlboro. Come  lupo Ezechiele tutto rintronato dal puzzo di cipolla bruciata, che al pensiero di mangiarsi i porcellini ha il voltastomaco.  

- Non vuoi pagare le spese per aggiustare l’ascensore e ti sei fatto la veranda sul balcone per  metterci un’altra stanza, Pasqualì, che io non sono più padrona di  calare il paniere  con decenza, ma perché non alzano il sedere dalla poltrona i tuoi figli e non aiutano le signore a portare le buste della spesa, almeno guadagnerebbero qualcosa…

Ma quel giorno Dodò fumava sul l balcone senza un pensiero nella testa. Appoggiata alla balaustra pezzata, fumava la sua Marlboro e basta. Dalla terrazza di fronte di fronte, Flora la guardava sotto i suoi occhiali da professoressa. Le lenti spesse facevano rimbalzare i raggi del sole fino alla piantina incerta di pomodori tardivi. Le piccole bacche ostinate spuntavano bitorzolute e indolenti, già rassegnate a non   lasciarsi spiaccicare su nessuna linguina. Ma donna Flora non voleva rinunciare a quella vita pigramente riottosa e la tirava  su con lentezza e determinazione dal ventre della terra dove si era riparata a forza di catabasi svogliate ed equivoche. Prendeva tra le mani gli ovali intirizziti e verdognoli e ci strofinava sopra la bocca, per convincerli che c’era ancora tempo, tutto il tempo che occorreva. Il tempo senza fretta dei pomodori di Flora, che non si erano appaciati con il loro karma di  rinascere vegetali.

Da un cantuccio scuro della luminosa cucina di Flora, che si apriva sulla grande terrazza dell’ottavo piano di via Cincinnato 22, Tiberio, il veterano e fiero cane di mille incroci e di nessuna razza, faceva sussultare le zampine atrofiche  sul  vecchio plaid a scacchi, in tragitti  millimetrici senza speranza di una meta.

Tiberio era stato il fedele compagno  del  dottor Marzio Vignola, l’ impegnativo adorato padre che Flora aveva tenuto accanto a sé per tutta la vita, nello stabile di via Cincinnato-a qualche piano di distanziata autonomia- e nella stessa combattuta libertà di cui genitore e figlia erano reduci quotidiani, superstiti di mille aristie corpo a corpo, o scaramucce lasciate a metà, quando erano  troppo stanchi e le ferite troppo aperte. Al calar del sole lasciavano il campo di battaglia  e si occupavano di ricucire gli squarci dei fendenti.

L’ anziano cane   fissava ostinatamente con i cristallini opachi ombre invisibili su muri invisibili, finché  Zocchy e Piripicchio non le  scacciavano con un   colpo   secco di coda pelosa. A volte, i due gattoni padroni di casa, in qualche salto acrobatico dalle mensole al pavimento, atterravano accanto al lettino di tartan del generale invalido di antiche  guerre e  di innumerevoli  prosapie, accarezzandogli il muso con un soffio della  pasta  e fagioli  che ribolliva sul fornello, in segno di rispetto.

Quella mattina Flora fingeva di stendere i panni già asciutti e  già ripiegati nel cesto della biancheria. Si abbracciava le spalle scoperte con le mani, staccandole dalla carne intorpidita solo il tempo necessario per rimettere a posto i capelli  che inseguivano il loro senso,  che nessun parrucchiere era  mai riuscito a comprendere.

Tirò su gli occhiali con l’indice. Voleva vederla meglio, voleva capire come stesse la signora Dodò ora che era tornata a casa sua, se le era passata tutta, proprio tutta la rabbia che le era lievitata dentro per oltre sessant’anni.

Un dispetto  di gioventù, leggero e ingenuo  come una pasta di mandorla, era lievitato nel corpo imponente della zitella Cacciottolo fino a diventare un macigno indigesto, si era inchiommato sul fegato e lì era rimasto, senza salire né scendere.

Tutti i suoi settantasette anni e mezzo Dodò Cacciottolo li aveva passati chiusa nella sua casa di via Cincinnato, quartiere Cavalleggeri d’Aosta.

Tutti i santissimi giorni  li iniziava recitando  il   rosario di  imprecazioni mattutine e li finiva snocciolando le vespertine. Gli accidenti volavano dal balcone di Dodò, dalle finestre,  rimbalzavano sui  terrazzi, si attorcigliavano alle urla dei venditori di taralli , alle promesse dell’arrotino, e  poi si  spiaccicavano contro i vetri chiusi per dispetto dalle vecchie zitelle Marrazzo, acide come il loro  ragù conservato troppo a lungo e andato a male, che loro cercavano di piazzare  ai condomini del palazzo con il proposito neanche troppo inconscio di avvelenarli tutti.

Le esecrazioni di Dodò andavano a schiantarsi sul riflesso di una  Ficus Elastica qualunque di un  salotto qualunque di un palazzo qualunque, e non tornavano più indietro. Bacarozzi che avevano perso la rotta . A volte, qualche ignaro piccione affamato  raccoglieva uno straccio di avemaria, gratia plena, libera nos a peccatoribus, soprattutto dai traditori, che è giusto che sono diventati sciancati e hanno sposato una zoccola… benedicta tu et benedictus fructus ventris tui e perché giustamente non hanno avuto figli ,perché altrimenti   povere criature  che nascevano… erano già figli di …..

E stramazzava al suolo, intossicato da tutto quel veleno.

Dodò aveva attaccato sui fili stendibiancheria delle strisce di carta  alluminio per tenere lontani gli immondi volatili almeno dai cenci da cucina e dai suoi tre vestiti e mezzo, quello da casa, quello che indossava per affacciarsi al balcone e tirare su la spesa col paniere e l’altro. Quello per andare a fare la spesa aveva smesso di usarlo, lo aveva indossato solo due volte negli ultimi venti anni e solo per andare dal medico. Non aveva molta fiducia nei dottori, che dicono parole difficili per non far capire niente alla gente e scrivono anche peggio per far vedere che sono pieni di cultura e perciò non li capisce nessuno, perché la gente è troppo ignorante. Lei il dottor Scartambrocchi lo aveva sempre tenuto lontano da casa sua e lei pure si era tenuta lontana dal suo studio, le sole volte che ci era andata per farsi prescrivere la pillola della pressione le erano bastare, poi ci mandava la signorina delle pulizie della vedova Cerciello del nono piano, Tatiana, che si faceva chiamare Tania, perché è più italiano. Lei portava le ricette in farmacia e le metteva nel paniere i farmaci in cambio di 5 euro. E nemmeno il dolore sul fegato Dodò si era fatta curare da quell’ azzeccaricette  che, se ti andava bene, azzeccava la tua, se no  stavi fresco. Così almeno aveva campato qualche anno in più…

Dolores Maria Maddalena Cacciottolo interrompeva il rito quotidiano delle sue preghiere solo il tempo per seguire Soledad, la sua telenovela preferita, perché quella meritava proprio e poi la protagonista, Cecilia Castro…che donna come si deve! Cresceva da sola il suo bambino e non se lo sarebbe mai fatto rubare il fidanzato, lei sicuro no… ma anche il fidanzato, però, era un uomo con i controcoglioni ,che di donne per bene ne capiva, mica come quello scimunito di sua conoscenza…

Destinataria delle  benedizioni di Dodò era  sua sorella Rosina che, sessant’anni e passa prima le aveva rubato il fidanzato, Gennarino Scannapiecoro, garzone della premiata forneria  Scognamiglio e figli, fornai dal 1870.

Dodò aveva dovuto subire l’affronto di vedere dal balcone quella insipida di Rosina e quel traditore di Gennarino che mangiavano insieme una pasta di mandorla vicino al  portone del palazzo di via Cincinnato 22 dopo l’orario di chiusura della bottega Scognamiglio. Quel giorno le sue carni bruciarono tutte insieme al ragù della domenica che stava cucinando.

Lei  la pasta di mandorla di Gennarino l’aveva mangiata una settimana prima di quella finta addurmuta di Rosina. Da allora non parlò più con sua sorella Rosina, non salutò più quel traditore di Gennarino  e non andò più a comprare il pane nella bottega della premiata ditta Salvatore Scognamiglio  e figli.

Di uomini, poi, non volle sentire neanche parlare e fu così che arrivò illibata e pura, ma incazzata nera, al suo incontro con la morte, giusto un mese prima di quella mattina di Ottobre, quando riapparve sul balcone di casa sua con la sua immancabile sigaretta.

Quella mattina Dodò era tornata. Sorridente e scarmigliata, agitò la mano destra  e salutò Flora, disegnando, con il suo pennello fumoso e incenerito, cerchi di vapore grigiastro nel cielo grigio sopra il quartiere Cavalleggeri d’Aosta. Flora sventolò lo strofinaccio a quadroni rossi e blu che si ritrovava tra le mani.

Negli ultimi momenti del suo terreno viaggio Dodò non aveva voluto nessuno vicino al suo letto, solo Flora.

Dal suo guscio di noce dell’ottavo piano di via Cincinnato 22 gridava per il dolore e malediceva la sorella, diceva che lei, proprio lei, il sangue del suo sangue, sangue di vipera, le aveva conficcato il pugnale nel fegato  cinquant’anni prima e ora che voleva fuori dalla porta, voleva pure guardare come moriva, ma quello spettacolo lei non glielo voleva far vedere, no-il cinema è chiuso- si disperava-fatti portare da Gennarino al cinema La Perla , se proprio non ce la fai a startene a casa tua , se la casa ti pesa mo’ che Gennarino è diventato vecchio e cacacazzi e non ce la fa neanche a fare su e giù per le scale.

Dodò vaneggiava, i visi e i nomi altalenavano tra gli anni trascorsi a vivere con agili membra fluttuanti in abiti pastello e gli anni mandati a morire tra chili di carne avvolti stretti in camici da casa.

Se lo tenesse pure adesso quel quequero di Gennarino, mo’ che era piegato in due dall’artrite e aveva  la prostata sensibile che neanche due passi poteva fare senza dover correre in bagno

-Ogni scarpa addiventa scarpone…-ve ne siete visti bene alle mie spalle e adesso cambiaglielo tu il pannolone a Gennarino.

Rosa  Incoronata Cacciottolo era venuta, listata a lutto e con le lacrime di ordinanza, a dare l’estremo saluto alla sorella con cui non parlava da sessant’anni. Si sentiva morire di vergogna  fuori dalla porta della camera da letto di quella vecchia pazza, udendosi apostrofare con tutti i sinonimi di zoccola che la  capa fresca  di Dodò aveva collezionato nella sua vita apposta per lei, Rosina Incoronata Cacciottolo, maritata Scannapiecoro, e apposta per lasciarle l’ estremo, sentito  omaggio. Un’antologia del suo lungo dolore, una ricerca lessicale durata una vita.

Il tailleur nero di Rosina lo aveva realizzato apposta per la circostanza  la signora  Immacolata Vaccaro con la sua Singer a pedali che trionfava nella mansarda ricavata sacrificando un pezzo di cucina al nono piano dello stabile  di Luigi Pizzo 12, sullo stessa verticale degli  Scannapiecoro.

Nella scollatura dell’abito una croce d’oro con Gesù crocifisso e martoriato   dondolava sui seni  ancora floridi, color del miele, della signora Scannapiecoro. Ma pure nella notte buia  in cui aveva dovuto avvolgersi per la circostanza Rosina aveva messo il suo marchio. Si muoveva inerpicandosi su tacchi 12 a stiletto di décolleté in vernice nera, senza far trasparire la fatica e il dolore delle sue dita deformate dai anni di costrizione.

Sul colletto del tailleur strisce  di un biondo platino illuminavano la distesa cieca del cotone, e del corridoio dell’appartamento di  Aniello  e Filomena Cacciottolo, che era diventato casa di Dodò, quando lei era fuggita con Gennarino a Pollena Trocchia, senza pensare a niente e a nessuno, facendosi trascinare da amore corvino e da due braccia forti da impastatore.

-E’ il dolore grande, è la sofferenza. Con la faccia da funerale indossata per l’occasione , comare Sisina del quinto piano del palazzone di via Cincinnato 22 sogghignava  dentro il fazzoletto impregnato di lacrime, lo stesso usato due giorni prima per il funerale della vedova Sarnacchiaro del quarto piano.

-Troia pittata ….e quequero  sciancato…state bbuon azzecat-non mandava a dire Dodò dalla sua culla senza braccia.

-E’ l’arteriosclerosi…chissà che le passa per la testa…chissà che film si è fatta…- si scherniva Rosina con la faccia rossa rossa  e le dita viola viola intrecciate nel manico della borsa nera, a lutto pure quella,  e senza sorgenti  d’oro a illuminarne l’oscurità.

Comare Sisina Capriello  non si decideva ad andarsene a preparare il pranzo. Si copriva la faccia con il fazzoletto bianco e ci sputava dentro tutta la sua soddisfazione. E quando mai lo avrebbe rivisto un simile spettacolo, e quando mai le sarebbe ricapitato di andare a dare le condoglianze e assistere al finale di una tragicommedia durata sessannt’anni... Non se lo poteva perdere il finale, lei che aveva visto tutto il resto dello spettacolo. Era meglio di Soledad quella telenovela di cui conosceva gli attori da sempre.

-Signora Capriello, Assunta, se dovete andare, andate, grazie assai. Avete fatto il dovere vostro e pure di più. Dovete preparare il pranzo ai nipoti, e quelli sono ‘nziriosi i bambini, quelli non mangiano se non hanno quello che vogliono … andate pure…tanto Dodò adesso non capisce niente e non sa quello che dice….-tentò di sbarazzarsene Rosina.

-È vero, è vero , so’ terribili le criature, dite  bene voi , anche se non li avete mai avuti, che i bambini sono pieni di ‘nziria, soprattutto ai giorni nostri, lo dice sempre la pissicologa da Barbara D’Urso. Io seguo i suoi consigli, la seguo tutti i giorni, signora mia, perché quella è brava, quella ha studiato, mica come noi…come si chiama…Che brutta cosa è la vecchiaia… comunque quella è brava più di tutti quei medici della testa dell’ASL, perché ha fatto i reality  nell’isola dei famosi e ha resistito più di tutti. Però, no , oggi si mangia panino con la  Filadelfia. Ogni tanto mi devo imporre, come dice la dottoressa da  Barbara D’Urso, se no, signò, e quelli mi accoppano. E poi per Dodò questo e altro . Eh, la vita è tutto un dolore, solo sacrificio  per le femmine poi, signora mia. Ho avuto cinque figli da Tonino, pace all’anima sua, li ho cresciuti a pizzichi e a mozzichi, con quei quattro soldi che portava a casa Tonino mio, mo’ tengo otto nipoti e , lo sapete, le mamme si arrangiano, i figli miei vanno a lavorare dove trovano lavoro e io, a settantasette anni  e pure con artrosi deformante devo correre appresso questi che c’hanno l’arteteca. E hai voglia a dire stare buoni a nonna, non strillate a nonna, non saltate, ma, dico io, statevi fermi un attimo almeno mentre mangiate, no, si tirano addosso il sugo delle polpette, si tirano i capelli  se hanno un po’ in più o in meno  di  quella coca cola pezzottata del discount, perché, signò, le mie nuore sono belle e care, ma non cacciano una lira,  e quelli sono otto e fanno un bordello della miseria , che poi  la signora Porcelli del piano di sotto dice che non può ascoltare Radio Maria per colpa loro. E io dico signò , un po’ di pazienza, so’ criature,  adesso vengono le mamme e se li portano… eh, come si dice, ‘e criature fann passà e penziere, ma e fann pur venì, però .Meno male che voi non avete avuto figli, signo’, così non avete neanche nipoti e siete libera di andarvene in giro con vostro marito.

Assunta Strazzullo, vedova Capriello, sputava a caso  nel fazzoletto, accozzando tutti i luoghi comuni di circostanza insieme a un bel po’ di vittimismo e  pure di  compiaciuto rimprovero per la mancata maternità di Rosina.

- Eh, signo’, c’avete tremila problemi, ma la capa fresca pure -si scocciò Rosina che quella mattina traballava più del solito sui tacchi e a stento si teneva in piedi, cercando di schivare gli strali impietosi di Dodò. Ci mancavano solo le belle parole della vedova Capriello.

È mai possibile che Dodò non è cambiata per niente in questi anni, incazzata era e incazzata è rimasta-. Si stordiva così Rosina, inalando il profumo tale e quale a Boise d’argent di Dior che Lello Acampora vendeva sfuso nella sua merceria  di via Cavalleggeri d’Aosta. Ubriaca di sillabe spezzate, che non capiva più se venivano dalla sua testa o dalla bocca della sorella, ogni tanto abbassava la testa e  affondava il naso nella scollatura per respirare. Quella, capa fresca era a vent’anni e capa fresca era  rimasta a settantasette e mezzo. Beata lei. Rosina si lasciò abbracciare dalla poltrona a fiori del salotto buono dei suoi genitori, che era rimasto tale e quale a come a come se lo ricordava. E pianse senza ritegno, all’anima di Dodò e di quel coglione di Gennarino, che l’aveva lasciata sola pure quella volta, come tutte le altre dopo che erano scappati insieme.

Che ne poteva sapere Dodò delle corna che aveva portato con discrezione per tutta la sua vita matrimoniale. Che ne poteva sapere della fatica che faceva ogni giorno  per dare ragione a quel sentimento in nome del quale aveva preferito a  sua  sorella l’Amore, quello che ti fa tremare i polsi e le viscere e ti convince a sfidare pure il sangue del tuo sangue, quello che  ti accende e a cui non puoi dire no, non posso, ora perché c’è mia sorella e poi c’è la famiglia e poi c’è la mia reputazione e perché  questo e perché quello e perché perché perché …. perché non ce la fai e punto. Che ne sapeva lei che non l’aveva mai provato, fortuna sua. Perché quando ti accorgi che hai fatto tutto tu, che l’altro non è che lo specchio di quello che vuoi tu, che hai sempre voluto tu  è troppo tardi per tornare indietro. Che ne sapeva la vecchia pazza di  quello che aveva passato, se neanche la salutava per la strada quelle rare volte che si era degnata di  uscire  di casa. Se la vedeva dall’altra parte del marciapiede,  cominciava a cospargerla della sacra cenere quaresimale del suo digiuno abbuffato di improperi.

Ma forse era proprio quello che l’aveva mantenuta in vita la vecchia Dodò e che l’aveva accompagnata, sotto braccio, all’uscita. Questo pensava Rosina, ma non aveva mai osato dirlo a Dodò.

Rosina non  riusciva avvicinarsi alla camera da letto della sorella, perché la porta era sotto l’ assedio delle farfalle vive e morte dei pensieri di Dodò, che non sapevano ancora se afflosciarsi sul limine o sbattere forte le ali per capire se  quelle ancora le reggevano.

Che ne sapeva di quante volte lo aveva cacciato di casa Gennarino perché era una capa sciacqua  e si credeva lo sciupafemmine di Cavalleggeri, pure a ottant’anni e faceva i salamelecchi dal balcone alla collaboratrice domestica ucraina della signora Merolla dell’ottavo piano, mentre la ragazza puliva i vetri. Ma fammi il piacere, Gennarì, si’ nu viecchio rattuso che non riesce neanche a salire le scale per andare da lei che nemmeno ti vede come essere maschile…ma dove t’avvii…-si sfogava Rosina, senza lasciare al marito neanche la possibilità pietosa  di un punto interrogativo.

Rosina si attorcigliava speranzosa ai suoi pensieri per saltare, senza sprofondare, la palude dei parossismi di sua sorella.

Che ne sapeva Dodò  della fatica che faceva per  travestire a  festa i suoi settantacinque anni vacillanti sugli stiletti , del suo dolore per i figli mai venuti, per i pellegrinaggi da un medico all’altro per averli, almeno per convincere  suo marito a stare a casa e a non rincorrere ogni gonna che gli passava davanti.  E tutto sentendosi Gennarino che diceva la colpa non era sua perché lui aveva lo sperma forte e vitale, un missile intelligente, come tutti gli Scannapiecoro… e allora se tanto mi dà tanto…  e allora la colpa  era la sua, di Rosina, per forza…

E così Rosina si faceva bella, i capelli sempre biondissimi, le unghie perfette, i piedi stoicamente fasciati e fluttuanti, gli abiti.  ingozzati di santi e madonne. che si faceva cucire su misura dalla signora Vaccaro, a nascondere gli sgarri dell’età, il suo scudo contro le malelingue e le litanie incazzate di Dodò, che ogni tanto la beccavano mentre cercava  la tinta L’Oreal  03 da Lello e non la trovava e allora sceglieva un altro colore, che tradiva il grigiore impudente e ribelle che fioriva su un prato che diventava  di giorno in giorno più rado.

Quanto avrebbe resistito Dodò con Gennarino, la sue smania di piacere a tutte, mamme e figlie, la sua virilità a termine e il suo impietoso declino? In fondo, la aveva salvata da un fosso, ma un fosso bello  profondo. E quella mattina Gennarino neanche si era presentato, per colpa- diceva lui- di quel suo problema alla prostata.

-E come faccio ad andare in bagno ogni cinque minuti? E poi che vengo a fare? Tanto Dodò non mi vuole vedere- si era difeso.

E certo, neanche lei Dodò voleva vedere, o forse sì, solo per scaricarle addosso tutto il veleno nutrito col suo sangue pazzo, avrebbe voluto rispondergli Rosina. Ma stava morendo ed era sua sorella e loro le avevano fatto male insieme, un male che l’aveva scavata e  svuotata del resto, prendendosi tutto lo spazio. Ma non rispose, che gliene fregava a Gennarino, tutto preso da quei quattro peli che aveva ancora in testa, azzeccati da una parte o da un’altra della chierica  con la brillantina Linetti e colorati del   nero improbabile e polveroso di Tocco perfetto.

Uscì, lasciandolo in preda ai suoi deliri di giovinezza, mentre rispondeva a Olga che no, non faceva niente se il detersivo per pavimenti insieme all’acqua sporca colava sul balcone  della loro cucina, settimo piano di via Luigi Pizzo 12. In fondo, neanche lei era riuscita a fuggire troppo lontano dalle scomuniche  di Dodò e, in fondo, anche lei aveva le sue manie di giovinezza.

Dolores Cacciottolo sputava imprecazioni contro il cielo bianco dell’intonaco della sua camera da letto.

-Non vi liberate di me, anche dall’altro mondo starò sempre con voi. Non vi libererete di me , starò sul vostro letto a darvi il buongiorno e la buonanotte. Dodò non se ne va, Dodò sta qua, io resto qua…-vomitava Dodò, e la sua figura, un tempo giunonica, diventava sempre più evanescente dentro la camicia  di seta di un  corredo mai inaugurato. 

Flora, appollaiata sulle lenzuola di Dodò, le mise sulle spalle la liseuse rosa che aveva trovato nel baule delle cose buone. Teneva stretta la sua mano, accarezzandogliela come il fumo amico di una qualsiasi delle sue Marlboro. Aspettava che tutta la rabbia uscisse da quel corpicino stanco ancora  spasimante, che si contorceva tutto per espellere tutto il tossico covato una vita, contro tutto e contro tutti. A prescindere e a priori. Ma il veleno, rimbalzando contro le pareti annerite della camera da letto, si spiumava sul grembo di Dodò come un piccione malato che non ne vuole sapere  di volare. Non ce la fa.

A un certo punto Dodò si placò, così, di botto.  Sentì un  calore liquido  salire dalla mano destra, stretta tra le mani di Flora, fino alla sua  pancia e quella si  distese, così, senza preavviso, allargandosi sui merletti delle lenzuola delle grandi occasioni. Sentì tutta la voglia dell’oltre che i pomodori tardivi di Flora non avevano voluto, piantandosi ostinati lì sul limine, senza sbocciare né fiorire,

 La fronte della anziana vergine, da sessant’anni marchiata da una  triangolo scaleno, divenne liscia liscia. E lei sorrise. Chiuse gli occhi e sorrise. Salutò Gennarino, che era rimasto sul balcone a corteggiare Olga, come la prima volta che l’aveva salutato. E lui non era sciancato e traballante come era diventato per colpa di Rosina, che non l’aveva saputo curare, ma era bello, proprio bellissimo, e   giovane, con la tuta bianca e i capelli nerissimi impomatati  e un po’ sporchi di farina. Come era bello Gennarino...come era gentile…si sporgeva dal bancone  verso di lei  e le offrile va una pasta di mandorla.  E lei la afferrava con un gesto rapido, quasi impercettibile, dava e un morso e tutto lo zucchero e le briciole si infilavano nella scollatura del vestitino della domenica di georgette azzurro che sua madre le aveva cucito. Era dolce dolce… sapeva di giovinezza, di amore…di morte, di oltre.

 Assomigliava un po’ all’amore la morte. Un colpo al cuore che non fa paura e non fa male. Ti caccia solo  il freddo dalle ossa e ti estirpa le  tibie dolenti che si sono sfracellate sugli anni e  sono crollate dritte sul fegato. Relitti fantasma, senza vele. Che ora ci sono e poi non ci sono più.

Flora respirò  tutta d’un fiato quell’essenza di mandorle dalle labbra umide di Dodò. Ogni altro odore sparì dalla stanza. Tutto il Lysoform, la candeggina, la canfora, il fentanyl, la buprenorfina furono risucchiati dalla calura di un sogno prematuro, e la gabbia di una giovinezza mai vissuta, che era rimasta sempre aperta, si spalancò su un nuovo orizzonte. Flora inspirò  forte il profumo di mandorle e le sembrò meno amico persino l’odore  delle   benzodiazepine che impregnavano più o meno da sempre il fondo dei suoi cassetti e le punte dei capelli ribelli. Pozioni che lucidano i ricordi di una vita inventata, ma non li accendono, così   Flora aveva imparato a guardarli  appiccicando le labbra sul vetro della cristalliera del salotto buono, li guardava come si  guardano quelle tazzine in cui non si beve il caffè, perché si rompono con facilità, come   quelle cose troppo preziose e sole che non hanno il diritto di sfracellarsi sulla crudeltà dei giorni e delle notti insonni, troppo pregiate per vivere come le altre.

Flora inalò forte ancora e ancora. Aveva il profumo di sherry la morte, dello sherry che aveva bevuto tutto d’un fiato a quattro anni, sangue viscoso di un dio  quasi umano che si adagia sulle palpebre   e  si china a raccogliere i batuffoli di polvere che inceppano i pensieri.  Così ricordava Flora la morte.  Un abbandono totale che ti porta oltre ogni stretta mai  sciolta, oltre  ogni figlio mai nato e  ogni figlio non partorito per troppo amore o per troppo dolore, e  ceduto alla solitudine. Una porta sull’oltre, senza pesi e senza misure.

L’oltre Flora lo aveva cercato sempre in ogni volto, in ogni parola, in ogni busta di zucchine e melenzane che strappava al fruttivendolo, nelle vite passate delle sue piantine,  in tutte i filtri che assaporò nella sua vita, che di magico non avevano nulla, se non la promessa mai mantenuta di un giorno senza zavorra.

E poi, quando l’addio alla calce e al cemento che ti  attacca al suolo lo senti più forte, quando  ti fermi in mezzo alla strada e non ti ricordi più dove vai  o perché vai, il resto dei secondi che mancano al limine diventa una stalattite appesa a una goccia  di liquore.

Flora bussò. Di nuovo. Aveva dimenticato quante volte aveva bussato  e quante non le era stato aperto. La porta era  aperta. Era sempre stata aperta. Le mani di Dodò divennero gelide. Flora avvertì, come a quattro anni, solo il calore delle viscere di un padre forte e coraggioso che, con il cucciolo di sé, libero e finalmente  leggero, attaccato alla pancia, corre  a perdifiato  verso la prossima possibilità, a contendere alla terra l’ultimo miglio di  tempo per riconoscersi e comprendersi prima di sciogliersi dai propri pensieri.

Flora sostò sul limine per pochi innumerevoli minuti, un’altra volta, questa volta con Dodò. Senza pensieri ciclici, senza occhiali.  A quattro anni come a cinquanta. Indecisa, sul limine. Dodò  volò sul soffitto, la sua liseuse rosa si ammainò al suolo. L’oltre era spalancato. Come allora. Come sempre. Flora vide la cagnetta Nenna e  papà Mario e tutti i gattini raccattati per la strada, li vedeva tutti, Gigi, Bruna, Desirée ,Chloe e c’era pure Tiberio fermo sul limine con le zampette, una dentro e una fuori, senza impalcature, con le cataratte,  il diabete e  le piaghe da decubito,  e c’erano le sue piantine indocili e tutte tutte le dita e le protesi vegetali che Flora aveva stretto mentre cambiavano colore. Dodò si appoggiò un attimo sull’armadio, con la sua pasta di mandorle, mentre lo specchio di fronte al letto la ignorava e tutti fuori gridavano- ma che è… non strilla più Dodò?

No, Dodò non strillava più. Non ne aveva più bisogno.

E Flora stette sul limine con le mani tra le mani fredde del  corpo  di Dodò adagiato nel guscio di noce appena il tempo per provare ancora una volta un pensiero limpido, per ricevere il sorriso di  mamma Carla e le promesse di tutti i feti adulti che aspettavano ancora di essere partoriti dal suo grembo martoriato. Ed esitò.

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