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Di Giovanna, dello Spirito santo e di altre cose di Paola Verdicchio

Aggiornamento: 30 dic 2023

Di Giovanna, dello Spirito Santo e di altre cose


A Giovanna e al suo mucchietto di pupille pelose


Napoli, Piazza Dante, un giorno/12/2009


Seduta su una sozza panchina di piazza Dante, a debita distanza dalla coppietta che si sbaciucchiava con entusiasmo, Genoveffa, dietro le lenti a specchio graduate, nascondeva due occhietti tristi e umidicci.

E comunque era appagante fluidificare il mucchietto di sangue coagulato che le intasava i pensieri. Spruzzare di un liquido acquietante gli entusiasmi natalizi della gente, tutti di un insopportabile color rosso cafone.

Ad un tratto il sacco di panni sporchi, adagiato sulla panchina accanto, si mosse. Gli spuntarono due ciabatte nere e bucate e una parrucca paglierina.

Lo strano spaventapasseri si alzò lento, sotto il suo carico di stracci. Forse, per paura che qualcuno gli rubasse il suo inutile kit di sopravvivenza, fece capire che era vivo e pronto a sferrare l’attacco a chiunque stesse pensando di attentare alle sue cose.

Genoveffa non lo aveva notato quell’ammasso di plastica e cartaccia, che sembrava sfuggito a un riciclatore della domenica, distratto e frettoloso.

Lo strambo fantoccio aveva riposto i viveri nel suo spazio vitale, di proprietà comune. La panchina e l’asfalto disciolto in chewing-gum rosa e neri erano la sua dispensa privata e ordinata.

E ora se ne andava, battagliero, a riprendersi la sua roba. Tirò fuori una bottiglietta verde di acqua minerale dallo spazio vuoto sotto la panchina degli innamorati e un pacchetto di biscotti da quella di Genoveffa. Poi collocò tutta quella inutilità da viaggio sotto la sua poltrona di pietra, imbottita di buste e pezze. Ma non guardò nessuno né Genoveffa si scomodò a rivolgere lo sguardo verso quel muppet marrone e giallino tanto era intenta a fissare uno di quegli orrendi magneti cinesi da un euro è troppo che aveva comprato pochi minuti prima a Port’Alba.

“Sei una farfalla?” le sembrò di sentire a un tratto, mentre stava scompigliando le ali di un’improbabile formica gigante gialla, rossa e verde da cinquanta centesimi.

In fondo l’inutilità e la bruttezza di quel ciarpame erano capaci di riscaldarle le mani infreddolite. Un ottimo surrogato della felicità prét a portér. Meglio di una cioccolata calda durante una giornata di nevischio muto e sonnolento.

Accarezzando l’ovvio, il deforme rassicurante del cattivo gusto, sentì un calore quasi materno sciogliersi nelle viscere, infiammarle le braccia, battezzarla come parte di un tutto ordinario e insulso, immemore e spensierato, a cui altrimenti non avrebbe fatto sconti. Mai.

“Per niente. Sono uno scarafaggio”. Genoveffa rispose di istinto a quella che le era sembrato l’ennesimo sussulto del bambino mai concepito che si portava nella pancia più meno da una vita. E le scappò un mezzo sorriso dalle labbra secche e senza colore.

Alzando gli occhi, si accorse che lo strano pagliaccio di pelle e fieno le si era piantato di fronte e sorrideva, mostrando, inerme e incurante, i misteriosi antri che si aprivano tra le sue gengive. Solo allora capì da quali abissi erano risalite pochi secondi prima le parole che l’avevano strappata alla confortevole inconsistenza dei suoi pensieri. Genoveffa riabbassò gli occhi sul suo insetto di plastica, premendolo forte contro il cappotto Desigual, a impedire che potesse volare via, lasciandola sola e scoperta, indifesa fuori da un abbraccio confortevole e variopinto.

Le venne in mente che forse il bizzarro giullare le aveva semplicemente chiesto “È una farfalla?”

Le si strinse il cuore. Avrebbe voluto rispondere “No, no…È una formica gigante”.

Ma uno scolo di acqua salata venne fuori prima delle sue parole senza colore. Il rivolo trasparente scese nelle budella e poi sulle guance, liberandole la testa. La bocca sdentata del pupazzo si aprì di nuovo.

“Come ti chiami?”

Le sembrò una voce di donna.

Rispose senza fretta

“Genoveffa, ma tutti mi chiamano Genny”.

“Bel nome”

“Impegnativo…. Lo ha scelto mia madre o mio nonno forse, non ricordo ora”

“Io mi chiamo Giovanna e quello laggiù è il mio cane”.

Genoveffa premette forte la sua mano ossuta contro quei brandelli di dita che la strana marionetta le tendeva. Poi si voltò e scorse, rannicchiato contro la base della statua di Dante, una collinetta di pelo grigio e candido con occhietti vecchi e vivaci che la salutavano senza scomporsi.

Circa venti minuti prima, appesantita dal suo cuore gonfio, con i neuroni in panne, Genoveffa si era appoggiata sul primo pezzo di cemento libero che aveva trovato, lontano dai marciapiedi affollati di negozi e luci. Per un improvviso cortocircuito del suo cervello, si era fermata di colpo, non riuscendo più a capire dove stesse andando, non riconoscendo più la strada che stava percorrendo. Si era stretta al petto uno strano insetto di plastica, perché la portasse da qualche parte.

Si era persa in un nulla di sillabe schizofreniche.

E poi aveva incontrato Giovanna. Che l’aveva accarezzata con le sue unghie mangiucchiate, sozze di troppe vite trascorse in una sola.

La strana pigotta di panno lenci e le sue farfalle, il suo cane randagio, gli psichiatri e i maghi dei suoi deliri continuava a dirle di un metodo infallibile antitabagismo di sua invenzione, del perché il fumo fa male, di suo padre medico e di persone cattive che le rubavano i biscotti. A mano a mano che fuoriuscivano dalle fessure e dagli sfiatatoi della sua maschera buffa, gli aghi di sillabe disfatte e volatili di quell’assurda bambolotta ricucivano il senso delle cose.

Giovanna parlava e parlava. E Genoveffa, col suo retino di plastica bucata, tentava di afferrare quei lepidotteri allucinati e inquieti.

“Dove ti trovo a Natale? Qui?” chiese Genoveffa

“Non so dove mi porterà il mio cane, bambolina”

“Hai bisogno di cibo? Hai mangiato?”

“Ho tanto cibo nel mio zaino- disse mostrandole un sacco nero -Ne vuoi un po’? La Caritas me li ha dati… lì ci vogliono bene. E io li ho conservati. Così li offro ai miei ospiti”.

Genoveffa prese un biscotto da un tubo giallo. Poi le allungò qualche caramella alla liquirizia che si ritrovò in fondo alle tasche del cappotto.

Giovanna non la lasciò andare, le trattenne la mano, incurante delle perle zuccherine. Continuava ad abbracciarla con catene spezzate di suoni, rubini e smeraldi vangati nelle voragini inesplorate dei suoi intestini. Buchi neri di un senso danzante…

“Ricordati, bambolina, quando sei in difficoltà e non sai dove andare, prega lo Spirito Santo e lui ti guiderà. Ma ci devi credere…”

E poi una chiesa, un convento di Clarisse, lo Spirito Santo ancora e ancora, parenti serpenti, il suo psichiatra bastardo e accanito fumatore, tutti le pareti di cartone e le suppellettili delle sue case vaganti: gli animaletti alati di Giovanna non si lasciavano catturare dal retino leggerissimo di Genoveffa.

Le farfalle si libravano in volo, tutte insieme, sotto i suoi occhi. E allora anche Genny cominciò a volteggiare con loro.

Giovanna e lo Spirito Santo.

La sua bestiola l’aveva scaraventata dietro le quinte della quotidiana recita di Genoveffa, durante uno dei suoi innumerevoli cambi d’abito. E proprio mentre lei si sedeva per riprendere fiato, mentre si intabarrava per affrontare altri suoni, altri pensieri sassosi, Giovanna la spogliò.

Giovanna e i suoi dèi pelosi senza guinzaglio, la sua solitudine affollata di insetti variopinti e leggiadri.

Genoveffa e le sue preghiere farneticanti, le orazioni stanche di parole troppo intorpidite, i suoi deserti di asfalto urticante, lontana da qualunque dio.

Si incontrarono un giorno. Per fortuna. O per volere dello Spirito Santo.

Meglio le seconda.

Genoveffa ripensava a Giovanna ogni volta che se ne stava appoggiata sui muri di cemento delle stazioni vesuviane o sotto gli obelischi delle piazze affollate di rumori.

Si aspettava farfalle spuntare a difenderla dai mille e mille tafani succhiatori che la tormentavano, si aspettava ali capaci di trascinarla oltre la cortina dei suoi occhi disanimati, soffocati da troppi divieti, bloccati in troppe stazioni, in troppe gallerie senza uscita.

Si aspettava che perline di parole spezzate spruzzassero fuori dalle crepe dell’asfalto, come quei fiori ostinati che bucano i marciapiedi e spingono forte contro le suole delle scarpe che aspettano il tram. Si aspettava un peluche di paglia e intestini molli a ricomporre le pagine del libro che si portava nello zaino da sempre e che si sfaldava, giorno dopo giorno, sotto due occhi stanchissimi di leggere.

Si aspettava pupille lanose a indicarle il prossimo cappotto in cui sprofondare.

Si chiedeva dove fosse Giovanna. Si diceva che di certo era lontana dalle parole rammendate con il filo logico e inutile del comune senso, un filo chirurgico.

Forse era su una panchina o forse sotto un grattacielo di cartone. Sicuramente più vicina a Dio di tutti quelli che il loro dio se lo portano al collo o lo sbattono al muro.

Forse Dio era sempre stato lì, sotto un paltò consunto e puzzolente, ma Genoveffa, prima di allora, un paltò puzzolente non lo aveva sollevato mai.


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